VIII. Una festa.
Da tre lunghi dì Aurelio Imberido non si faceva più vedere dalle vicine. Chiuso nella sua camera quasi tutta la giornata, egli lavorava con gran lena, si sprofondava nelle più gravi letture, dominava così i suoi desiderii fino a illudersi d’essersene interamente liberato. Ogni sera poi, sùbito dopo il pranzo, usciva dal palazzo prima che le Boris avessero occupato il rialto, si dilungava in prolisse passeggiate meditative su i colli circostanti, e, approfittando del plenilunio, non rientrava in casa che a notte inoltrata, quando era ben sicuro di non più incontrarle.
Il quarto giorno (era di domenica) donna Marta, che aveva già dato qualche segno manifesto di mal umore, apparve inaspettatamente su la soglia della sua stanza, mentr’egli stava a tavolino scrivendo, e gli disse con accento imperioso che non ammetteva contradizioni:
— Scusa se ti disturbo. Bada che questa sera siamo invitati in casa Boris. Non si può mancare, perché l’invito ci viene dall’ingegnere medesimo e si tratta d’una festa di famiglia: del compleanno di Flavia. Alle sei precise tròvati abbasso: io ti aspetterò.
Gittato uno sguardo dominatore sul nipote, richiuse con uno strappo brusco l’uscio e disparve.
Quando donna Marta al braccio d’Aurelio entrò nella sala dei Boris, la conversazione vi ferveva animatissima. Il luogo era quasi oscuro: dalle anguste finestre penetrava un chiaror pallido che lasciava in ombra la maggior parte del vano; in quell’ombra irriconoscibili eran sedute diverse persone, che all’apparire dei due invitati si alzarono, interrompendo i loro discorsi.
L’ingegnere si fece incontro a essi, facendo un profondo inchino cerimonioso e un gesto largo con le mani come per abbracciarli:
— Signora contessa, quale onore.... Signor conte, son ben lieto di rivederla in casa mia...
Porse mollemente la destra alla vecchia signora e ad Aurelio che, stringendola, provò di nuovo a quel contatto languido e passivo un senso di ripugnanza, invincibile. Poi chiamò a sè gli altri invitati, e fece le presentazioni.
— Donna Marta Imberido, il conte Imberido, suo nipote; l’avvocato Maurizio Siena, il mio giovine amico Giorgio Ugenti.