Aurelio sorrise ironicamente, abbassando il capo d’avanti a due giovinotti quasi imberbi, uno altissimo e sottile, l’altro basso e tarchiato, che s’affrettarono a stringer la mano a sua nonna e a lui, senza un atto di sussiego o di deferenza, con grande semplicità, come tra camerati.

Donna Marta sedette sul divano insieme con Luisa; i quattro uomini si fermarono a discorrere in mezzo della sala. L’Ugenti, il più alto, biondo, con due esigui baffi su una bocca freschissima e un gran naso cartilaginoso e arcuato in mezzo alla faccia oblunga, parlava del gran caldo in città, delle sue occupazioni faticose, del desiderio, per lui ineffettuabile, di passare una quindicina di giorni libero e tranquillo alla campagna. L’altro, un tipo ebraico dall’espressione penetrante e sarcastica, nerissimo d’occhi e di capelli e olivastro di carnagione, asseriva in vece, sogghignando, che la città non è mai così piacevole come in estate, quando la società elegante l’ha disertata e le notti brevi son tepide come giorni di primavera senza la noja del sole. Incerto tra i due, l’ingegnere ascoltava entrambi con visibile compiacenza, e approvava a tratti indifferentemente or l’uno or l’altro con un cenno rapido del capo, con un’interjezione ammirativa, con qualche breve osservazione in cui si ripetevan sotto forma diversa le stesse cose dette prima da’ suoi interlocutori.

Mentre i tre discorrevano, Aurelio, muto nel crocchio, considerava con attenzione il padre Boris, che rivolto verso la finestra era in piena luce. Il suo viso rugoso dai lineamenti grossolani, dalle labbra sottili, dalle mascelle robuste, dalla fronte stretta, limitata da una folta capigliatura setolosa, sarebbe parso quello d’un contadino, se non fosse stato corretto da due fedine diplomatiche, a pena un po’ brizzolate alle estremità. Alto, ossuto, muscoloso, quell’uomo, non ostante la potenza della sua complessione, aveva nei gesti, nelle attitudini, nel suono della voce, sopra tutto negli sguardi, una espressione così mite, umile o paurosa, che a poco a poco d’avanti agli occhi dell’osservatore perdeva ogni apparenza di forza e di salute. Sopra tutto i suoi sguardi eran degni di studio e d’attenzione — pallidi sguardi obliqui e pietosi, che si volgevano in torno pateticamente come per rassicurare, per confortare, per ammansare un nemico o per procurarsi un complice; pallidi sguardi indulgenti, che sembravan dire a chiunque si dirigevano: «Tranquillizzati: io non ti voglio rovinare; io ti desidero amico; io non ti tradirò mai, se per caso conoscerò un tuo fallo segreto; noi siamo fatti per intenderci e per ajutarci a vicenda.» Il giovine, a ogni incontro de’ suoi con quegli sguardi ambigui, sentiva crescer dentro l’ostilità sorda che nudriva contro il Boris, come una specie d’antipatia di razza che glie ne rendeva intollerabile perfino la vicinanza.

Una porta s’aperse. La signora Teresa entrò, dicendo a voce alta:

— Signori, la zuppa è in tavola.

Portava un abito pomposo da teatro, di tinta viva, quasi scollacciato, tutto adorno di trine preziose, scintillante di vetri e d’ori. Flavia, in una veste bianca semplicissima, la seguiva recando nella mano una lucerna.

Si scambiarono saluti e augurii; l’ingegnere presentò agli Imberido una sua sorella, esile e smunta, ch’era entrata nella stanza, inosservata, dietro la signorina Boris; poi tutti, confusamente, si diressero verso la sala da pranzo, conversando, ridendo, annusando il buon odore che si propagava in torno dalla cucina contigua. Aurelio veniva ultimo al fianco di Luisa. Questa, a un tratto, si appoggiò fortemente al suo braccio e gli disse piano all’orecchio, indicandogli l’ebreo che li precedeva:

— Vede? è un pretendente alla mano di Flavia! Chi sa che stasera non si combini qualche cosa in famiglia!

Diede in una risatina acutissima, guardò bene il giovine negli occhi, e lo lasciò bruscamente senz’altro aggiungere, correndo innanzi alla conquista del suo posto.

La mensa, ben rischiarata dalle sedici fiamme di due alti candelabri di bronzo, aveva un aspetto di gran lusso. L’argenteria copiosa e massiccia, il vasellame miniato in oro, la finezza della biancheria cifrata e frangiata, parlavano in vero della ricchezza degli ospiti, ma rivelavano altresì, nella loro lucente e inestetica novità, la recentissima fortuna di questi e il loro gusto volgare nel prediligere i prodotti dell’industria moderna alle creazioni dell’arte. Nessuna cosa memore, nessun oggetto singolare rompeva su quella tavola oblunga la monotona uniformità di quegli utensili comuni, segnati da un marchio esatto, fusi in cavi inesauribili o copiati da mani mercenarie, simili in tutto a mille altri utensili offerti nelle vetrine delle botteghe all’anonima richiesta dei passanti.