Sedettero intorno alla mensa l’ingegnere, tra donna Marta e Flavia, poi in ordine l’avvocato Siena, la signora Teresa, Aurelio, Luisa, l’Ugenti e in fine la sorella del Boris. Aurelio aveva quasi di fronte Flavia e il pretendente, che lo guardava sotto le lenti da miope con un’ostinazione pressochè offensiva.
Le conversazioni non tardarono a esser riprese con grande vivacità. L’Ugenti, espansivo e ciarliero, aveva prima tenuti allegri i commensali con i racconti delle sue prodezze infantili, che lo avevan reso uno tra i più temuti e i più battuti fanciulli terribili; ora il Siena, per contrasto, li annoiava tutti, narrando con pedanteria curialesca e con una certa solennità di gesti e di parole il caso d’un giovinetto perverso, che egli aveva in quell’anno difeso d’avanti al tribunale per ferimento volontario d’un coetaneo e che, assolto per merito suo, era stato poi rinchiuso in una casa di correzione. La sua voce tra gutturale e nasale, regolata da una cantilena continua, a ogni minima interruzione s’elevava bruscamente di tono e squillava come per dominare un tumulto.
Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Flavia lo potrà amare? potrà esser felice con un uomo simile?» E le parole maligne di Luisa gli tornavano alla mente, riempiendogli l’animo di rancore e di desolazione. Pensava: «È possibile ch’ella accetti? È possibile che ella non sappia distinguere? ch’ella sia affatto indifferente tra me e lui? che almeno, ricordandosi di me, non abbia un’esitazione prima d’acconsentire?» Guardava ora la giovinetta, che pareva attentissima al discorso dell’ebreo. Nulla sul suo viso che indicasse il più tenue turbamento sentimentale, un passaggio di memorie, un assalto di rimpianti, uno sforzo della volontà per nascondere agli estranei l’intima sua inquietudine. Ella, che aveva riso con spontanea gajezza ai racconti dell’Ugenti, ascoltava adesso seria seria la cantilena prolissa e tediosa dell’altro, senza un moto d’impazienza, senza mai rivolgere uno sguardo fuggevole a lui che fissandola lo chiedeva.
Aurelio pensò, vedendo accanto a lei il Boris: «Ella è la figlia di quell’uomo basso e volgare. Qual maraviglia se ne ha ereditato gli istinti e le ambizioni? Il pretendente deve esser ricco, avaro e laborioso: ecco tre ragioni formidabili per non rifiutarlo.» Egli considerò a più riprese, alternativamente, il padre e la figliuola, cercandone le rassomiglianze. In verità costui, non ostante la rozza semplicità del sembiante, poteva ben dirsi la maschera deforme di lei: aveva la medesima fronte angusta, lo stesso color grigio degli occhi, un’analoga struttura del capo; perfino la bocca grande e quasi sdentata rammentava quella bellissima della erede nel colorito acceso della pelle, nel sorriso, specialmente in una certa piega amara, che si formava nei momenti d’attenzione a un angolo delle labbra. Erano entrambi dello stesso sangue, discesi per linea diretta l’una dall’altro, frutti successivi d’un medesimo albero, le cui radici s’affondavano in un terreno incolto e malnoto; dovevan dunque agire entrambi sotto identici impulsi, correre verso una mèta comune, desiderare un unico destino!
«Ma perchè m’occupo tanto di lei?» egli si domandò d’un tratto. «Che mi fa s’ella sposa quell’ebreo pedante a preferenza d’un qualunque altro? Io, certo, non la sposerò mai. Dunque?» Cercò di sottrarsi in qualche modo al pensiero molesto che lo perseguitava, di cancellare dalla memoria la confidenza insidiosa della bionda. Volse perciò in giro uno sguardo indagatore ai suoi commensali: notò che l’ingegnere e sua sorella portavan spesso il coltello alla bocca, se ne servivano per scalcare il pesce, non indugiavano per semplicità a metter le dita sul piatto; anche notò che la sorella in distrazione s’asciugava talvolta le labbra e il mento col lembo della tovaglia. S’accorse, osservando bene il giovine Ugenti, che questo teneva appeso alla catena dell’orologio un distintivo a lui ben noto, la medaglietta d’argento con l’effigie di Carlo Marx, l’apostolo del Socialismo. S’accorse che il Siena aveva le unghie lunghe, adunche, non ben polite. Un senso istintivo di molestia, d’insofferenza, quasi di soffocazione, quel senso che assale spesso nelle strette d’una calca, si diffuse rapidamente nel suo essere, parve salirgli alla gola e stringerla a forza, rendendogli impossibile di trangugiare un sol boccone di più. Egli si sentiva male tra quella gente diversa da lui; si sentiva assolutamente isolato, poichè anche sua nonna, in quell’ambiente ch’era già stato il suo, s’era a poco a poco dimenticata delle abitudini apprese, s’era confusa con gli altri e discorreva ora animatissimamente con la sorella del Boris, come si discorre soltanto con una sua simile.
La signora Teresa si volse a lui e gli disse per la decima volta:
— Perchè non mangia? Perchè non beve?
Egli rispose:
— Grazie, ne ho a bastanza. Io mangio sempre poco....
— Ma se non ha mangiato niente! Via, conte, si faccia coraggio!.... Prenda ancora qualche cosa, almeno per farmi piacere.