E gli afferrò il piatto, glie lo riempì di nuovo fino all’orlo.

Il pranzo era interminabile. L’ingegnere, un po’ acceso dalle abondanti libazioni, proponeva ora una gita in compagnia sul Motterone per una delle domeniche successive; e il Siena, sempre freddo e solenne, si scusava di non poter parteciparvi in causa delle sue occupazioni, salvo che non la si rimandasse almeno di due settimane.

— Ah, — gridò d’un tratto l’Ugenti; — non vorrei poi che coincidesse proprio col giorno delle elezioni, perchè in tal caso dovrei mancar io, e ne sarei desolatissimo.

— E che ti fa se ci sono le elezioni? — chiese ridendo il Boris.

— Caro ingegnere, la disciplina del partito esige la mia presenza. Se ciascuno s’astenesse per una causa o per un’altra fidandosi del voto dei correligionari, nessuno naturalmente voterebbe, e gli avversarii, i cari borghesi, trionferebbero in eterno. Nel caso presente poi si tratta d’una grande battaglia; e la vittoria sarà certo strepitosa per noi socialisti purchè si vada tutti compatti alle urne.

Il Boris rise del suo riso blando, pieno d’indulgenza, e disse scotendo il capo:

— E quando bene avrete vinto?....

— Avremo un deputato di più al Parlamento: saremo su la via di diventar maggioranza e di imporre le nostre leggi anche a chi non le vuole.

— Lei crede? — chiese l’Imberido con sottile ironia.

— Fermamente, — rispose serio e convinto il giovine, volgendosi a lui senza rancore. — Noi siamo i trionfatori del domani, poiché la nostra idea va guadagnando, ogni dì più, terreno e potenza.