— I socialisti — egli continuò risoluto — con qualche proposta generica, che basta un ragionamento infantile a dimostrare insensata, s’atteggiano evangelicamente a redentori della umanità, e chiamano in tanto alla riscossa gli ignoranti e i barbari, adulandoli, solleticandone gli appetiti, rinfocolandone le ambizioni. Ora, sanno essi se al momento critico questa gente, come sarà padrona del campo, non li abbandonerà sghignazzando ai loro sogni malati? Possono essi garentire dell’onestà, della buona fede, dell’obedienza illuminata dei loro numerosi gregarii? E sono in fine sicuri di poter costruire, sopra una rivoluzione dei più torbidi elementi sociali, quel monumento di giustizia, d’equità, di benessere, del quale non son peranco riusciti a tracciare un piano convincente nei loro libri e nelle loro discussioni teoriche? Caro signore, — egli soggiunse, volgendosi con un moto brusco all’avvocato, — di fronte al disastro, che ne minaccia, io intendo in vece che tutti i buoni e tutti gli intelligenti s’accordino tra loro per combattere questi rètori pericolosi con ogni arma, con ogni possibile repressione.

Il socialista e l’avvocato proruppero insieme in una protesta veemente — il primo balzando di nuovo in piedi, sollevando le lunghe braccia alte sul lungo corpo sottile; l’altro agitandosi convulsamente su la sedia, torturandosi con la mano gli esigui baffi neri.

— Le persecuzioni non ci fanno paura! — urlava l’Ugenti stentoreamente. — Ben vengano le persecuzioni! Esse hanno sempre spianato la via alle idee nuove; le violenze e gli abusi di potere non fanno se non inasprire l’opinione pubblica contro le classi dominanti e affrettare i moti rivoluzionarii. Un anno di dispotismo val quanto mezzo secolo guadagnato per il trionfo della nostra causa....

— La libertà di pensiero non può essere conculcata in un regime democratico, — declamava Maurizio Siena, alzando la voce per dominare quella dell’Ugenti; — essa è una conquista intangibile del nostro secolo di scienza e di progresso. Gli uomini d’ordine hanno il sacro dovere di rispettarla....

Parlavano insieme, e le loro parole giungevano confuse all’orecchio dell’Imberido. Flavia e Luisa, che su le prime avevano protestato, ridevano ora allegramente del tumulto improvviso. Soltanto il Boris, sempre tranquillo e sorridente, affermava in silenzio col capo, ammiccando però con gli occhi stretti e come riconoscenti a colui che aveva proclamato forte lo sterminio dei disturbatori.

— Basta! — gridò d’un tratto la signora Teresa; e, per richiamar l’attenzione, percosse ripetutamente con la lama del coltello il suo bicchiere.

— Basta con la politica! — fece eco donna Marta, che a più riprese aveva rimproverato il nipote con gli sguardi.

— Voi ci stordite.... Parliamo d’altro, per carità! Si stava concertando una bella passeggiata in compagnia sul Motterone. Quando la si fa, dunque? Con le vostre chiacchiere non si verrà mai a una conclusione!

I due giovini, che gridavano insieme, s’interruppero a mezzo d’una frase, si guardarono in torno come stupefatti di trovarsi presenti a un convito ospitale, e scoppiarono insieme a ridere, scusandosi con le donne per la loro vivacità inopportuna. L’Imberido aggiunse le sue scuse a quelle de’ suoi avversarii; e la conversazione fu ripresa senz’altro sul tema meno eccitante dell’escursione in montagna.

Questa fu stabilita per domenica quindici «tempo ed elezioni permettendo», secondo la espressione finale dell’ingegnere.