— Mi raccomando a lei, — mormorò Luisa all’orecchio d’Aurelio; — faccia venire anche il signor Zaldini. È così simpatico!

La discussione calorosa aveva lasciato l’Imberido in quello stato d’accasciamento e quasi di desolazione, in cui egli sempre cadeva sotto l’urto d’un’opinione altrui, altrettanto salda e inflessibile quanto la sua. Mentre gli altri, già immemori di tutto, ciarlavano e ridevano spensieratamente, egli riandava ancora, incerto e umiliato, il corso della disputa inutile; e una folla di buoni argomenti taciuti, di nuove risposte efficaci, sorgeva spontanea nel suo pensiero a offuscare le cose che aveva dette, a dimostrargli l’imperizia della sua dialettica e l’imprudenza delle sue affermazioni. Perché non aveva saputo rimaner muto e impassibile alle frasi del giovine socialista? E perché, anche affrontando una discussione, non aveva riflettuto, non aveva considerato il valore e la qualità de’ suoi ascoltatori, non aveva pesato bene le sue parole, prima di ribattere? — In vece egli s’era lasciato miseramente trascinare dall’impeto de’ suoi sentimenti; aveva parlato con rancore e non con serenità spassionata; aveva fatto, di fronte a quegli estranei, la figura meschina d’un retrogrado rabbioso o d’un volgare nemico della Luce!

Sopra tutto in causa di Flavia egli si rammaricava d’aver discorso in tal modo. Nel fondo del suo spirito, un poco annebbiato dai vapori del vino bevuto in copia, incominciava omai a trepidare un senso di malinconia tenera e obliosa, quel bisogno d’abbandonarsi, di perdonare, di fraternizzare che assale irresistibile all’inizio di un’ebrietà. Guardando ora la fanciulla, Aurelio la trovava, nella semplicità della sua bianca veste virginale, sovranamente incantevole; un soffio di vaghe memorie gli passava a traverso la mente angustiata, inclinandola insensibilmente a benevolenza verso di lei, riaccendendo a mano a mano il fuoco assopito della sua simpatia. Ed egli, inconsapevole, si stupiva d’aver potuto contrariare la bella creatura che gli splendeva d’innanzi, e si rimproverava il suo contegno pertinacemente ostile e scortese, e deplorava il suo indocile orgoglio che ogni dì più scavava un abisso incolmabile tra le loro due vite. — Ma non era egli dunque che la gittava deliberatamente tra le braccia del rivale? Non la voleva egli così, estranea e nemica, divisa sempre da lui da un ostacolo immane? Non era preferibile per il suo scopo quel dissidio aperto e sincero a un’intesa lentamente insidiosa, a una domestichezza con lei che avrebbe potuto generare la catastrofe temuta? — Oh, un suo sguardo lusinghevole! Egli, certo, avrebbe in quel momento sacrificato il suo sogno più caro per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto a traverso la mensa a ricercarlo!

Frattanto intorno a lui l’animazione aumentava. La fine del pranzo generoso rendeva loquaci e ilari gli altri commensali, li accomunava in un unico sentimento di benessere, di confidenza, d’espansiva cordialità. Parlavan tutti insieme, e il frastuono delle voci alte e delle risate rimbombava sotto la vòlta profonda: l’ingegnere, con gli occhi sfavillanti e il naso purpureo, raccontava a donna Marta un aneddoto procace, che pareva scandalizzasse l’anima candida della sorella zitellona, in atto di turarsi le orecchie con le mani; il Siena, acceso in viso, discorreva vivacemente con Flavia e la signora Boris, prorompendo a tratti in ghigni gutturali, che lo facevan torcere e rannicchiarsi su la sedia come all’impressione d’un solletico ostinato; l’Ugenti in vece era divenuto patetico e nebuloso, e declamava chino verso la bionda un’ardente poesia di passione, sottolineandone i passaggi più teneri con certi sguardi estasiati, tremuli nel vuoto, battendo con le lunghe braccia aperte il ritmo dei versi sonanti.

Le bottiglie del vino di Sciampagna, recate per i brindisi, suscitarono un’acclamazione entusiastica, un grido unanime d’esultanza. Sembrò quasi che un vento di frenesia passasse d’improvviso nella sala da pranzo, esagitando le fiamme delle candele, scotendo le sedie e gli oggetti sparsi in disordine su la tavola. Le fanciulle e donna Marta applaudirono; Maurizio e Giorgio si levarono d’un balzo in piedi, per disputarsi con comico accanimento l’onore di stapparle. Come i calici furon tutti ricolmi del dolce vino propiziatorio, l’Ugenti con un atto risoluto impugnò il suo bicchiere, lo sollevò alto sopra il capo e incominciò a parlare.

Il fumo delle sigarette si dilatava omai su le teste, striando l’aria di tenui strati azzurrognoli, continuamente mobili. L’afa nella stanza chiusa si faceva sempre più sensibile e opprimente; un odore acre di vivande e di vini saliva a ondate dalla mensa, intollerabile. Il giovine socialista, la fronte imperlata di sudore, proseguiva il suo discorso con una foga enfatica di gesti e d’accenti, esaltando le virtù e le attitudini della donna, illustrandone l’alta missione morale, profetizzandole un avvenire glorioso in una società meno egoistica e più giusta della presente. E gli altri, d’un tratto ammutoliti, lo guardavano attoniti, stupefatti, senz’ascoltarlo, nell’attesa impaziente d’una conclusione.

Quand’egli s’interruppe a mezzo d’un periodo per riprender fiato, un applauso formidabile risonò sotto la vòlta e i calici simultaneamente s’alzarono per brindare. Il Siena, nell’immenso strepito, urlò con tutte le forze de’ suoi polmoni:

— Evviva dunque la signorina Flavia! Alla sua salute, alla sua felicità, all’esaudimento delle sue speranze!

Gli evviva echeggiarono, mentre i calici s’incrociavano, battevan forte l’un contro l’altro, tintinnando.

Flavia abbandonò prima il suo posto, s’avvicinò a suo padre, poi a sua madre, e, strettoli tra le braccia, li baciò ripetutamente sul viso, assai commossa: aveva gli occhi lucidi, un rossor vivo cosparso su le guance delicate. Così accesa e come trasfigurata, stretta nella semplice veste bianca, ella emanava dalla persona un fascino irresistibile, l’incanto sublime della Vergine, quell’acuto profumo di poesia e di candore, che infiamma l’imaginazione, inebria i sensi e abolisce ogni volontà. Aurelio, il quale muto e immobile l’accompagnava con gli sguardi, si sentiva languire d’ammirazione e di desiderio. Non mai gli era parsa così leggiadra e così nobile di forme e d’espressione! Non mai gli era parsa così degna d’essere amata, d’esser preposta a supremo scopo d’un’esistenza mortale! Ella non era più la fanciulla, ch’egli ben conosceva: era il simbolo della grazia, l’incarnazione tipica dell’Eterna Bellezza, era l’Unica, era l’Eletta, era la Dea. — Oh, uno sguardo, un solo sguardo lusinghevole di lei! Egli avrebbe sacrificato tutta la sua vita per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto in quel momento solenne a ricercarlo!