— Signor Aurelio, per carità risponda: si sente male? Ha bisogno di qualche cosa? Risponda!

— Grazie, signorina, grazie! — egli riuscì a mormorare, rialzando il capo — Non è nulla: un po’ d’emicrania....

— Faceva forse troppo caldo nella sala da pranzo. Io stessa non ne poteva più! Vuole che apra le finestre? L’aria libera le farà bene. Vuole che le ordini qualche cosa di caldo? Vuole che chiami donna Marta?....

Ella parlava concitatamente, assai commossa, con una specie d’affanno appassionato nella voce e nel respiro. E intanto gli stringeva forte la mano, e lo guardava con gli occhi inumiditi, gonfii di pietà e di tenerezza. «Non è lei! Non è lei! Non è lei!» ripeteva spasimando l’anima del giovine, mentre quelle dolci parole si disperdevano vane e sciupate, come semi sparsi sopra un terreno sterile. — Oh, fosse stata Flavia, la consolatrice! Su la Terra non vi sarebbe stato un uomo più divinamente felice di lui!

— Grazie, è inutile, signorina, — disse Aurelio, levandosi d’improvviso in piedi. — Proverò a uscire, proverò a far due passi nel cortile.... Grazie!

Studiando il passo, senza più rivolgersi, s’avviò verso la porta. L’aperse. Vide le tenebre spalancate d’innanzi a sè; vi si gittò perdutamente come in un abisso.

IX. Il Sogno.

E il gran Sogno fatalmente si svolse.

Il padre Boris era ritornato a Milano; gli ospiti eran partiti. La solita pace regnava nel palazzo antico, mentre in torno l’opera alacre degli agricoltori ferveva, ornando i campi rasati d’accese frange d’oro, empiendo la purezza degli spazii di strepito giulivo. Dall’alba all’imbrunire, le canzoni della mietitura, disperse di qua e di là su i colli ubertosi, ondeggiavan nel silenzio, e davano all’orecchio che le ascoltava un senso di vastità singolare; il buon odor cereale e l’olezzo del fieno fresco imbalsamavano alternativamente l’aria, assumendo negli aridi meriggi intensità quasi d’essenze. La festa dell’ultima ricolta si celebrava così sotto il sole benefico d’agosto, tra gli inni, tra i profumi, tra i colori smaglianti, in una semplicità solennemente primitiva di riti e di costumi. E gli inni eran d’amore, e i profumi eran di vita, e i colori eran di gioja.

Aurelio, dal balconcino della sua camera o nel parco o durante le peregrinazioni su le colline circostanti, assisteva al grandioso spettacolo, commosso, attonito, maravigliato. Non mai come in quei giorni egli s’era sentito così posseduto dal fascino della Natura feconda; non mai come in quei giorni s’era sentito legato da vincoli così stretti alla grande madre Terra. Egli, atomo d’un tutto, pareva fondersi e confondersi tra quelle manifestazioni vaste e benigne, dimentico d’ogni cosa, conscio soltanto della sua piccolezza e della sua vanità in un mondo attivo e produttivo, dove la vita si svolgeva gloriosamente sopra una distesa senza confini. Il suo corpo illanguidito dalla canicola, il suo spirito ottuso dal desiderio, si sottraevano ogni dì più al dominio della ragione e della volontà. Egli non poteva più fermare a lungo la sua attenzione su i soggetti dei propri studii: appena faceva uno sforzo mediocre d’applicazione, una stanchezza dianzi sconosciuta gli pesava sul cervello, ed egli doveva arrestarsi d’un tratto nel suo lavoro, come chi si trovi d’improvviso su la soglia d’una stanza buja. Passava perciò lunghe ore nell’inerzia più assoluta, distratto, vuoto, come estatico, seguendo con l’orecchio il ritmo d’un qualche canto campestre, o accompagnando con gli sguardi il fumo d’una sigaretta che si smarriva sottilmente nell’aria cristallina.