Una moltitudine di sensazioni minute, spontanee, incoscienti componeva in quei giorni l’esistenza materiale di lui. Il suo essere era simile a una pagina bianca su cui una penna segnasse a caso piccoli segni indecifrabili: si difformava e s’alterava continuamente alla minima impressione d’un soffio, d’un profumo, d’un suono, d’un bagliore. D’avanti a un prato raso di fresco, macchiato dai cumuli più smorti del fieno, d’avanti a un campo popolato di spigolatrici chine in fila su le glebe, d’avanti a un albero carico di frutti, al gorgheggio d’un uccello tra il fogliame d’una siepe, alla voce d’un bambino in una cascina solitaria, egli si soffermava attento e turbato, come al cospetto d’un fatto straordinario o d’una cosa supremamente mirabile. Le imagini delle sembianze esteriori si succedevano per tal modo inattese nella sua mente, senz’ordine e senza logica, convertendosi in idee fuggevoli, in confuse astrazioni, in pallidi raziocinii che non duravano un attimo e si disperdevano. E sotto questa sorta di velario sensibile e sempre mutabile, ch’era come la superficie della sua anima, una calda corrente di tenerezza passava, profonda, invisibile, violenta, — il bisogno istintivo e fatale di pace, di felicità, d’amore.

Dalle campagne, illustrate magnificamente dal sole, animate dall’opera umana, gli veniva assai di sovente l’esempio seduttore: era la Terra stessa, sgravata, nuda e come distesa per un nuovo amplesso ferace, la quale descriveva alla sua fantasia con muto languido atto l’insuperabile voluttà del creare; era quella gente umile e travagliata da ogni tristizia, che gli gittava sul viso l’alito ardente della sacra febbre, il soffio infocato dell’immortale desiderio. Talvolta, percorrendo le viottole perdute, egli aveva sorpreso, nascosto in una macchia, qualche ruvido idillio; talvolta aveva sentito nel silenzio, dietro una fitta cortina arborea, il susurro di due voci diverse, interrotto a tratti dai baci; talvolta aveva visto nei campi, integre nella luce, due alte figure, prossime e sole, esprimere con gli sguardi l’impazienza della loro mutua simpatia. Il giovine osservava e ascoltava con l’avidità d’un sitibondo che oda il croscio d’un’acqua sotterranea. E torbide visioni gli si levavano nello spirito, mentre un’angoscia soffocante agitava tutti gli elementi della sua sostanza; poichè egli intendeva di trovarsi in fine d’innanzi al segreto del suo scontento e della sua fragilità.

A quelle sollecitazioni della Natura imperiosa, il cuore pareva gli divenisse gonfio e convulso; il sangue gli affluiva a fiotti al cervello; l’anima gli si ammorbidiva e si scioglieva come fusa da un calore supremo. Alcune frasi liriche, inaspettate, s’abbozzavano nel suo pensiero, illuminandolo con la fugacità frenetica di lampi: «Avere una donna propria, un’amante.... Smarrire ogni senso nella contemplazione de’ suoi sguardi inamorati.... Perdersi con lei in quelle selve folte e mute, che ammantano le valli.... Amare, amare molto, fino alla stanchezza, fino all’esaurimento, fino alla distruzione, fino alla morte!» Era il gran Sogno che si svolgeva, il Sogno dell’eterna passione vitale. Era una brama indomabile d’integrazione, di struggimento, di congiunzione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di poesia. Omai egli si sentiva languire nella solitudine, spasimava di desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare la sua effimera giovinezza, a crescere, a fruttare, a concedersi e a possedere, in un immenso slancio verso la Voluttà che integra e che crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli sorgeva alta e fulgida nella mente come un sole nel cielo del suo Destino.

Dalla sera del pranzo in casa Boris, nuovi impulsi eran sopravvenuti a spingere irresistibilmente il giovine verso la fanciulla: innanzi tutto, la gelosia viva contro il pretendente noto e disprezzato; poi, la curiosità di sapere s’ella accettava quest’uomo e se accettandolo lo amava; in fine, l’ambizione virile di contenderla a questo, di strappargliela, di trionfare su lui con le proprie qualità e i proprii meriti. L’impresa gli si presentava oltremodo facile e d’esito quasi sicuro: il rivale era partito, era lontano, probabilmente senza alcun rapporto epistolare con Flavia; e non sarebbe riapparso a Cerro che tra una quindicina di giorni al più presto. Durante la sua assenza, egli era bene il padrone incontrastato della situazione: avrebbe potuto agevolmente insinuarsi nelle grazie di lei, vincerne le solite ritrosie, cancellarle dalla memoria gli ingrati residui del loro breve passato. Sarebbe certo riuscito, con la sua esperienza psicologica e le virtù della sua persona, a insignorirsi del cuore ancor titubante della giovinetta, e a scacciarne ogni altra imagine, ogni altro ideale, ogni estranea speranza. Non era ella forse già sul punto di cedere, prima ch’egli avesse deliberato d’evitarla e di fuggirla? E quella sera sul lago deserto, quando gli aveva stretto con tanta effusione la mano, non aveva ella confessato in modo indubbio la sua nascente simpatia per lui? Bastava dunque ch’egli si riaccostasse con una mossa abile a Flavia; bastava che sapesse riprendere il filo degli avvenimenti da quell’ultimo tenero colloquio avuto con lei in solitudine, ed era sicuro che ogni causa di dissidio sarebbe d’un tratto venuta a mancare ed egli l’avrebbe avuta di nuovo pienamente in suo potere.

La preoccupazione di questo disegno astuto, la speranza ambigua di poter contrastare al rivale quel bene a cui egli volontariamente aveva rinunciato, permanevano costanti nel fondo della sua anima, dove l’azione della coscienza non giunge che a lunghi intervalli e sotto forma di rimproveri fievoli e inerti. A volte, com’era tratto a riflettere su qualche atto preciso dalla sua vita indisciplinata, Aurelio riusciva bene a intendere la bieca intenzione del suo piano, la slealtà de’ suoi propositi di conquista; riusciva a intendere ch’egli agiva sotto l’impulso d’un sentimento invido e geloso e che di là della vittoria sul rivale egli non vedeva e non considerava mai la conseguente necessità d’una riparazione verso la fanciulla. Allora aveva momenti terribili di rammarico e di rivolta morale: come un peccatore credente che si confessi, egli esagerava il rilievo della sua colpa, e giurava a sè medesimo di mutar linea di condotta, e s’imponeva, convinto d’eseguirle, penitenze e rinunce esemplari. Ma il vento della passione si riversava fulmineo sul suo capo, dissipando in un colpo le nebbie momentanee delle riflessioni, dei rimorsi e dei buoni proponimenti. Quella specie di sovreccitazione inconscia e impaziente, ch’era in quei giorni lo stato abituale del suo spirito, s’impossessava novamente di lui. Egli ricominciava a sognare, a correre verso la mèta oscura, contro la quale si sentiva spinto come da una volontà estranea alla sua, a inebriarsi di frasi sonore, di morbide fantasticherie, d’imaginose aspettazioni di felicità.

Per tre giorni egli non poté avvicinar Flavia se non alla presenza delle altre signore, in giardino o sul rialto. Nell’impossibilità di parlarle da solo a sola, d’investigare il mistero dell’anima sua, Aurelio sofferse veramente torture senza nome. Seduto un po’ lontano dal crocchio, come per il passato, egli rimaneva intere ore fermo e silenzioso al suo posto di guardia, osservando con occhi distratti le cose circostanti o fingendo d’ascoltare i discorsi interminabili delle quattro donne. Nulla nel suo aspetto che indicasse un turbamento, un’angustia, la più leggera impazienza; eppure dentro di lui ferveva una continua tempesta d’idee oblique e di sentimenti dolorosi. Talvolta era una malinconia profonda, che lo prendeva durante quei ritrovi, come un desiderio tragico di riposo e di morte; talvolta era un’irritazione maligna, come una smania di vendetta e di crudeltà contro la fanciulla che pareva incurante di lui, o contro le estranee che gli paralizzavano ogni tentativo; talvolta in vece era un senso gelido di apatia e di malessere, che gli rendeva intollerabili e quasi odiose tutte quelle donne e tutte quelle ciance.

Flavia d’altra parte, forse consapevole del suo nuovo valore e delle mutate intenzioni del giovine, sembrava che si piacesse di fomentare la sua ansietà e d’esasperare per gusto felino i nascosti tormenti del suo cuore. Sempre appostata accanto alla madre o alla cugina, non gli si rivolgeva che assai di rado, e solo per indirizzargli fuggevolmente un’insipida domanda o per lanciare qualche frizzo mordace contro le sue teorie su la donna e su la società. In verità, ella poteva dirsi maestra nell’arte d’usare l’ironia e il sarcasmo: sapeva cogliere ogni più vaga occasione nel discorso comune per colpire direttamente dove voleva; sapeva dare a una semplice frase un senso recondito e affatto diverso dal letterale, con un gesto, con un atteggiamento del viso, con un’inflessione della voce; sapeva trovare l’epiteto pungente e cortese, che, mentre passa per gli astanti inosservato, fa impallidire colui al quale si rivolge. E i suoi dileggi maliziosi venivan sempre accompagnati dal sorriso più dolce e più benigno.

Sotto le sferzate subitanee che lo ferivano nel più vivo della sua sostanza, Aurelio, costretto a tacere o a ricercare una difesa blanda e rispettosa, fremeva di rabbia e di dolore; ma provava anche, al risveglio de’ suoi istinti pugnaci, un sollievo particolare, una specie di scossa violenta e non disaggradevole, come chi esca da una camera afosa all’aria gelata della via. Più che le irrisioni, più che gli scherni, più che le ingiurie, egli aborriva il contegno freddo e indifferente di Flavia: eran la gioconda loquacità di lei, la calma imperturbabile della sua faccia, sopra tutto il suo riso schietto e squillante che provocavano in lui i più lividi rancori, le più fosche idee, i più desolati abbandoni, spingendolo talvolta fin sul confine della demenza.

La pena era così amara ch’egli pensava di non poterla oltre tollerare. Ma omai egli era già al punto in cui l’amarezza sprona, in cui l’ostacolo cimenta, in cui la passione si pasce sia pur di strazii, di ripulse, d’umiliazioni. Egli partiva da quei convegni stanco, tediato, oppresso, ma sempre più infervorato del suo piano, sempre più acceso dal desiderio e dalla gelosia. Tutte le forze del suo orgoglio s’erano omai concentrate in una mira unica e costante. Le grandi indignazioni generavano le maggiori tenerezze. L’odio medesimo non serviva se non a inasprire l’avidità del sentimento, a rendergli più attraente la visione prossima della preda. E il pensiero del tempo perduto lo faceva perseverare e ostinarsi nella sua impresa, come il denaro divorato dalla Fortuna trascina fatalmente dietro di sè il giocatore che spera di riaverlo.

Quel giorno, dopo la colazione, Aurelio era salito nella sua camera in balìa d’un’inquietudine straordinaria. Dopo aver tentato in vano di continuare la lettura d’un libro, che nei dì precedenti lo aveva molto appassionato, era uscito all’aperto sul balconcino, e v’era rimasto a lungo, magnetizzato dalla gran luce del pomeriggio. Il suo cervello aveva vibrazioni continue, pareva còrso da brividi infocati; i palpiti del suo cuore eran lenti e faticosi, come trattenuti nello sforzo da una difficoltà. Un sentimento inafferrabile teneva tutto il suo essere, il sentimento d’una necessità urgente, d’un’imminenza assai grave, d’un’occasione propizia, sospesa sopra di lui, che il minuto fuggevole avrebbe potuta irremissibilmente distruggere per la sua felicità.