— Ella non ama dunque la musica, signorina?
— Poco. Almeno amo poco la musica ch’io debbo eseguire: al contrario in teatro mi piace assai, forse perchè mi piace molto il teatro. Se sapesse quanto han fatto la mamma e il babbo per invogliarmi a imparare il pianoforte! Essi mi avrebber voluta una grande pianista; io però li ho scoraggiti presto con la mia inettitudine e con la mia negligenza.
— E ora, non suona mai?
— Mai, mai!... Ma prego, conte, s’accomodi, — ella aggiunse con cortesia, indicandogli la sediuola disoccupata, d’onde tolse un pajo di forbici e un rocchetto di filo d’oro.
Aurelio sedette, dopo un’esitazione breve.
Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto. In torno, il bosco d’abeti si piegava discretamente in arco, formando una profonda nicchia verde, una specie di parete alta e opaca, che s’apriva soltanto da una parte quasi per ricevere i riflessi aurei del poggio ammantato dal sole. Il silenzio della campagna circostante proteggeva il luogo nascosto, che pareva creato per un qualche alto mistero. Su le vette degli alberi e sul culmine del colle si distendeva l’etereo manto azzurro, il muto e deserto paese dell’Eternità e della Gloria, a cui volano disperdendosi i sogni dell’umanità insodisfatta. — Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto!
Perchè dunque temeva? E da che proveniva l’angustia del suo cuore? E perchè non osava? perchè lasciava trascorrere inutili quegli istanti preziosi di solitudine? Ohimè, la sua mente era vuota, la sua volontà assopita! Egli s’abbandonava alla corrente come un uomo che disperi di salvarsi!
Parlarono un tempo incalcolabile di cose indifferenti, con lunghi intervalli di mutismo. Flavia gli mostrò, perchè l’ammirasse, il suo ricamo, una combinazione a bastanza armonica di tinte languide, di viola smorto, di verde smorto, d’oliva smorto, disposte a fiamma e orlate d’oro. Egli, confuso e timido, teneva gli occhi fissi sul lavoro paziente, e, per dire qualche parola, chiedeva spiegazioni su lo stile, sul tempo che occorreva per compirlo, su l’uso ch’ella ne avrebbe poi fatto. In tanto dentro di lui, i rimproveri sorgevano, a uno a uno, implacabilmente, a similitudine di spettri maligni che uscissero alla luce da una porta misteriosa; e una voce corrucciata ripeteva ognor più forte la sollecitazione: — «Agisci! Spiègati! Domanda! Il tempo fugge, e tu non sai se domani ti sarà concessa un’occasione altrettanto propizia. Puoi tu sopportare oltre la tortura che ti ha dilaniato in questi giorni passati? Puoi tu vivere di timori e non di speranze? Pensaci: meglio, mille volte meglio lo schianto della più cruda certezza all’angoscia del dubbio sempre crescente. Quando tu conoscerai tutta la verità, allora soltanto potrai trovare la via di scampo, che ora la tua vista ottenebrata non discerne.»
Il giovine ascoltava e fremeva. Durante un silenzio più prolungato, gli parve alfine di poter sciogliere la lingua, d’aver trovato un appicco facile per il discorso che voleva tenere; credette che un’ispirazione buona fosse venuta a scuotere il torpore del suo spirito. Egli non sapeva ancor bene quale fosse questa ispirazione; ma sentiva che il momento era giunto per tentar la sorte e si diceva che una volta gittato il dado la partita sarebbe stata senz’altro risolta. Alcune parole si precisarono nella sua mente; egli le ripetè più volte con il pensiero, senza poterle pronunciare. — E poi? E poi? — In fine, con la voce tremante, abbassando gli occhi, mormorò:
— Signorina, avrei bisogno di parlarle.