Confesso ch'ero un giovine alquanto leggero; m'ero ammogliato spensieratamente e adesso mi atteggiavo a vittima del matrimonio. Alla mia età, col mio ingegno (scusate la modestia), col mio titolo di dottore in matematica, con una discreta sostanza, con un'indipendenza assoluta (chè pur troppo i miei genitori eran morti da un pezzo) avrei potuto far la prima figura nel mondo, senza quella benedetta consorte che non aveva un filo d'ideale. Basti dire che durante la luna di miele, quando avevo l'ingenuità di leggerle i miei versi, non ci fu mai caso di strapparle un grido d'ammirazione. Non vorrei che questa fosse stata la prima origine della mia antipatia. Si dice sempre: Cherchez la femme. Io direi: cercar la donna va benissimo, ma non è male cercar la ragione delle cose anche nella vanità umana. Vanità ferita, vanità soddisfatta, ecco la sorgente di tanti amori e di tanti odi. Come vedete, diventando vecchio, son diventato filosofo.
Insomma era difficile trovare un connubio più annoiato del nostro. Quando eravamo insieme, l'Adele ed io, ci si sbadigliava in faccia ch'era un piacere a vederci. L'arrivo di Giovannino non cambiò questa situazione interessante; tutt'altro. L'Adele volle esser la balia del suo bambino; si fece camera a parte durante il tempo dell'allattazione, e poi non si provò nessun bisogno di tornar alle prime abitudini. Tocca a lei a parlare, — dicevo io nella mia sapienza, mentre cercavo fra le quinte del teatro numerose distrazioni al mio talamo solitario. Ma l'Adele non parlava; oh sì era dura più d'un macigno. Come la maggior parte delle mogli virtuose, le bastava d'aver un figliuolo.
Bisogna confessare che Adele amava il suo Giovannino e ne aveva grandissima cura; gli era sempre intorno a lisciarlo, a mutarlo di biancheria, a farlo saltare sulle ginocchia. A me pareva ch'ella giocasse alla bambola. Io nutrivo per mio figlio un affetto pieno di dignità; ero un uomo troppo superiore alle svenevolezze. I grandi sacrifizi, le grandi virtù, quelle le capivo benissimo e mi ci sentivo adattato... ma il secolo è tanto prosaico! E sì che Giovannino cresceva bene; a tre anni e mezzo era bello, vispo, un vero bocciuolo di rosa che avrebbe fatto la delizia d'un uomo più serio di me. Ma io gli badavo poco; anche quel bimbo, poveretto, mi pareva complice dell'esaurimento della mia fantasia. Nè egli mi faceva troppo feste; non aveva in bocca che la sua mamma. Con l'Adele ci bisticciammo appunto a proposito di Giovannino, nè ricordo nemmeno perchè, tanto la ragione era futile. Una parola tira dietro l'altra. — La bella vita che si fa insieme! — disse l'Adele. — E allora ognuno se ne vada dalla sua parte, — risposi. — Oh quanto a me, — ella soggiunse. Io colsi la palla al balzo e spiattellai la mia idea di separazione; ella divenne un po' pallida, ma quando seppe che tutto si compirebbe in silenzio e che le avrei lasciato Giovannino fino a dodici anni, senz'altro obbligo che di mandarlo da me quindici giorni ogni sei mesi, concluse che, forse, per me, era meglio così. Io compii il suo pensiero. — Meglio per tutti e due. — Poi continuai: — Bisognerà scrivere a tuo padre che ti venga a prendere. — Gli scriverò io stessa domani. — Non occorre dirgli tutto. — No, certo; gli dispiacerebbe. — Si trova un pretesto. La tua salute... il bisogno d'un po' d'aria nativa... anche a Giovannino il cambiamento farà bene... — Oh, Giovannino non può star meglio di così. — Non importa, son cose che si dicono... Una volta arrivati, a grado a grado, si mettono le faccende in chiaro.
Ella non rispose, ma parve persuasa delle mie osservazioni. Io uscii leggero come una piuma. Ero sul punto di riacquistar la mia libertà, e pensavo al miglior modo di usarne. Ormai m'era concesso tutto fuorchè prender moglie. E questa impossibilità non m'era affatto sgradevole. Del resto, io non intendevo certo di nasconder il mio stato coniugale; non ero poi un furfante a questo segno. Ma lo ripeto; l'essenziale era l'esser libero. La presenza di Adele, che, a parlar sinceramente, era tutt'altro che brutta, mi tagliava i nervi e le ali. Fatalità!
I miei amici, tutti scapoli, si congratularono meco della mia risoluzione. A questa bisognava venirci; quando non si sta bene insieme il meglio è dividersi — fu la profonda sentenza d'un dottorino in filosofia ch'era il Solone della brigata. Poi ognuno disse la sua. Il più vecchio tra noi aveva trentadue anni; io, ammogliato con un figlio, non ne avevo che ventisette. M'ero sposato a ventidue anni e mezzo, prima ancora d'aver compiuto gli studi universitari. Si può dar di peggio? — A quell'età non si è responsabili delle proprie azioni, — disse il nostro sapiente. — Verissimo, non si è responsabili.
La mia coscienza era tranquilla, il mio spirito era elastico come non era stato da un pezzo. Voglio esser sincero; quella sera si sturò una bottiglia di sciampagna in onore della mia emancipazione, si bevette a' miei futuri trionfi letterari. Chi poteva dubitare di questi trionfi? Gli altri, forse; io no sicuramente.
Ero uscito di casa subito dopo desinare; rientrai a notte avanzata. Con mio grande stupore mia moglie mi venne incontro.
— Giovannino è caduto, — diss'ella, — e ha riportato una terribile contusione a un ginocchio.
— Caduto? Come? Dio buono!... I bimbi... si sa... bisogna avere un po' d'attenzione.
— Non ne ha colpa nessuno, — ella rispose calma ma seria. — Chiamai subito il medico.