Non c'era tempo da perdere! E intanto io avevo fatto perdere due giorni con la mia gita a Roma, e ne facevo perdere un terzo colla mancata coincidenza di Firenze! Mi pareva di vederlo il dottor Allinori, in camera del malato, coi suoi strumenti di tortura in mano, non aspettando altro che la mia venuta per tagliare senza misericordia.

E se non ci fosse più tempo davvero? Se i miei indugi fossero stati fatali? Se ormai io non avessi che da veder morire Giovannino? Volli persuadermi di nuovo che era meglio vederlo morto che storpio, ma non ci riuscii. Anzi mi adirai meco stesso per le mie esitanze passate e dicevo:

— Sì, sì, lascerò che gli facciano l'amputazione, lascerò che gli facciano tutto quello che vogliono pur che me lo salvino.

Viaggiai in uno stato d'inquietudine, d'ansietà ch'è facile immaginare. Alla stazione non c'era nessuno; infatti non si sapeva con che corsa sarei arrivato.

Giunto a casa, salii le scale in un lampo. Adele m'aveva sentito e m'era venuta incontro sul pianerottolo. Il suo aspetto mi fece paura, ella era bianca come un cencio lavato.

— Ebbene? — chiesi con voce soffocata.

— Ora dorme. Speriamo.... Entra.... Dio, povero Roberto, come hai la cera scomposta!

— E tu Adele, se ti guardassi nello specchio.... Ma cos'è nato? Dimmi tutto.

— Adesso; vieni dentro.

Mi lasciai condurre macchinalmente in salotto da pranzo.