— Fu eseguita or sono due giorni.
L'Adele era ritta davanti una seggiola tenendosi forte alla spalliera. Io mi copersi il viso con le mani ed esclamai:
— Povero il mio Giovannino! Povera creatura! E ha potuto resistere?
— Gli si fece respirare il cloroformio. Egli mi guardò co' suoi begli occhi pieni d'affetto e di sgomento, e mi disse: «Mamma, cos'è questo? No, mamma, no.» Scosse il capo due volte, alzò la mano come chi vuol scacciar via un insetto molesto, e poi cadde in un letargo. Allora....
— Oh taci. Eri presente?
— Volevano mandarmi in un'altra camera. Figurati se ci sono andata. Rimasi là sino alla fine, pochi minuti, un secolo, non so.... Vidi tutto, sentii tutto.... oh il suono stridulo di quella sega l'ho qui nell'anima.... quel sangue lo vedrò scorrer sempre, sempre.... E quando l'operazione fu terminata, e quella povera gamba che aveva tanto patito fu gettata in un angolo come un inutile arnese, oh te lo giuro, credetti che la mia forza d'animo m'abbandonasse e fui lì lì per cadere come corpo morto. Ma mi sostenne un pensiero. Giovannino era assopito; bisognava farlo rinvenire. Non dovevo esserci io, la sua mamma? Ce ne volle a svegliarlo, sai. Due volte i medici si guardarono muti; io guardavo loro; che momenti! che spasimo! Alla fine il bimbo mosse un poco le braccia, aperse a fatica gli occhi e mi cercò, oh mi cercò subito. «Mamma, non voglio più quel cattivo odore.»
— Ma alla gamba non si sentiva uno strazio?
— No.... allora no.... Più tardi....
— Oh basta, basta....
E mi misi a piangere come un fanciullo.