— Povero Roberto, hai patito tanto anche tu in questi mesi!
I primi raggi del sole tremolavano sulla parete, una luce allegra innondava la stanza; di fuori gli uccelletti salutavano la primavera. E la primavera esultava nel mio cuore.
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Son passati da quella mattina degli anni parecchi. Giovannino porta con disinvoltura la sua gamba di legno; è di statura piuttosto alta, di viso bellissimo, di umore uguale e sereno, è buono, è intelligente, è studioso. Alla scuola lo proclamano sempre il primo della classe; i suoi condiscepoli lo adorano, i suoi professori lo amano e lo stimano ed egli dice con un po' di baldanza: — Posso far quel che voglio, fuorchè il militare. — È l'unica allusione ch'egli faccia alla sua disgrazia.
Giovannino ha dei fratelli minori, vispi, sani, con tutte le loro membra intatte, e si può credere se l'Adele e io abbiamo cara quest'allegra nidiata di bimbi ch'è la miglior prova della nostra riconciliazione. Eppure, quando sentiamo batter sul pavimento la gamba di Giovannino, c'invade una tenerezza più profonda, una corrente elettrica passa attraverso di noi e ci ravvicina. Noi ci sforziamo di non mostrar nessuna preferenza, ma Arturo, ch'è il più malizioso dei nostri figliuoli, dice qualche volta: — Oh se parla Giovannino, gli si dà sempre ragione.
Il nostro primogenito ricambia liberalmente l'immenso affetto de' suoi genitori. Forse egli predilige un poco sua madre. E come potrebb'essere altrimenti? Le impressioni della prima infanzia non si scancellano; sua madre lo adorava quand'io affettavo verso di lui una indifferenza superba; e nella sua lunga infermità, chi lo assistette, chi vegliò al suo letto, chi seppe sorridergli, pur avendo la morte nell'anima?
Cinta da un ambiente di simpatia, l'Adele ha smesso l'eccessivo riserbo che la faceva apparir fredda e insignificante. Non v'ha nessuno ormai che non pregi la rettitudine e la sicurezza del suo criterio, e quando in casa mia si raccolgono alcuni amici fidati, è invalsa la consuetudine di lasciare a lei l'ultima parola in quasi tutte le discussioni. E la sua parola è sempre così temperata, così giusta!
Io ho trentacinque anni; ella ne ha trentadue, e ci amiamo come due sposi novelli, anzi nel caso nostro, ben più che quando eravamo sposi novelli. E dire che fummo in procinto di separarci! Ah! Giovannino non saprà mai che miracoli la sua gamba abbia fatto.
IL FRATELLO DEL GRAND'UOMO
Il signor Isidoro non è un grand'uomo, proprio no. Nessuno tra' suoi intimi amici ha mai arrischiato una proposizione così temeraria, nessuno tra' suoi conoscenti ha mai avuto il più lontano sospetto d'una cosa simile. Ma se il signor Isidoro non è un grand'uomo, egli è fratello di un grande uomo, e questa fortunata combinazione lo toglie alla sua oscurità. Il commendatore senatore Filiberto, fratello del signor Isidoro, è uno tra i personaggi più imbottiti di titoli che vi siano in Italia, e bisogna confessare che questi titoli egli non li deve alla fortuna, ma al merito. S'egli è oggi un pezzo grosso, è divenuto tale a forza d'ingegno, di studio e di perseveranza, e anche riconoscendogli i suoi difettucci conviene fargli di cappello e dire che egli è figlio delle sue opere. I suoi lavori scientifici gli apersero le porte delle principali accademie, la sua eloquenza gli aperse la carriera politica ov'era destinato a salire ai primi posti, gli eccelsi servigi resi al paese fregiarono il suo petto di croci.