— Devi permettermi di parlare: ho il cuore che mi trabocca.... Quando siamo rimasti così, tu ed io, tu avevi venticinque o ventisei anni; t'eri ammogliato giovanissimo. Eri bello, gagliardo, intelligente, operoso; potevi avere il mondo per te, potevi ricominciare la vita come si ripiglia una strada un momento interrotta.... ma c'ero io, così gracile, eppure così insuperabile intoppo...,
— Oh! Clarina....
— Si, intoppo. Perchè nessuno si frapponesse a noi due, tu hai voluto rimanere solo, perchè io non dovessi subire le vicende di una esistenza avventurosa, tu ti sei negato il soddisfacimento di ogni onesta ambizione: potendo essere, pur che tu lo volessi, felice e celebre, hai prescelto di essere derelitto ed oscuro.... Oh lo so, lo so quello che tu vuoi dire: che il mio amore ti compensava di tante altre cose.... E fino a un certo punto lo credo anche.... ma non è tutto.... io ero cresciuta amandoti di un amore appassionato, ma sospettoso, egoista. Non solo credevo di poter bastare a quanto v'era d'affetto nell'anima tua, ma mi pareva anzi che tu non avessi diritto a domandare di più; che tu dovessi appagarti de' miei sorrisi, divertirti de' miei giuochi, andar pazzo pe' miei capricci. Ero superba, ma ero anche gelosa di te. I giorni che tu venivi a prendermi a scuola erano per me giorni di festa. Quando t'inchinavi a baciarmi in presenza delle mie compagne, io mi guardavo intorno pavoneggiandomi tutta, come se volessi dire alle altre: — Quale è di voi che abbia un così bel babbo? — Vedi; tu hai conservato la tua elegante persona, sei ancora un bell'uomo, non c'è che dire (non ridere!) ma c'è qualche impertinente filo bianco nei tuoi capelli, c'è qualche grinza sulla tua fronte. Allora, dieci, o dodici anni fa, eri nel tuo pieno splendore....
— Oh che bimba! — disse il signor Emilio, carezzandole i capelli.
— Ma, — continuò imperturbata la Clarina, — ma se tu poi pigliavi sulle ginocchia un'altra fanciulla, e anch'ella per quel tuo fascino arcano ti sorrideva festosa, non ti so dire quanta stizza io provassi. Già te ne sarai accorto, perchè io non facevo complimenti.... Un giorno solenne per la mia vita fu quello in cui, divenuta ormai grandicella (aveva, credo, dieci anni) potei uscire di casa attaccata al tuo braccio. Mi conveniva stare un po' in punta di piedi, ma avrei fatto altro che quello! Io ritengo che mi sarei fatta volentieri precedere per le vie da un tubatore che annunziasse ai popoli la grande novella. Ben se ne rammenta l'Angelica che sa quali esigenze io avessi in quel dì pel vestito e l'acconciatura. A forza di star dinanzi allo specchio mi persuasi (vedi vanità) che, se io andavo superba del mio cavaliere, tu non potevi scontentarti della tua dama. Lungo la strada s'incontravano signori e signore a cui tu facevi bellissime scappellate, mentre io salutavo con un sorriso di degnazione. Mi ricordo di aver tossito due volte passando dinanzi alla fruttaiola che stava sull'angolo per richiamar la sua attenzione sull'importante spettacolo. Ma la volgarissima donna occupata a smerciare un panierino di fragole, non se ne diede nemmeno per intesa. Dopo quel giorno io non credo d'averti lasciato tranquillo una settimana. Bisognava far sempre quella famosa passeggiata, bisognava sempre mostrarsi al colto pubblico. Già io non sapevo nemmeno concepire che tu potessi desiderare un miglior trattenimento di quello del condurmi a passeggio, e quando tu mi adducevi un'occupazione, o un impegno, io mi annuvolavo subitamente. Era però ben altra cosa se qualche sera tu ti proponevi di rimanere in casa a tenermi compagnia. Allora, s'era d'estate, ci mettevamo sul bel terrazzo che dà in giardino, lì in mezzo a quelle piante di limoni che spandono una sì grata fragranza; e, s'era d'inverno, stavamo qui in questo salottino, proprio come adesso, senonchè l'Angelica allora non pigliava sonno così facilmente. Ed io t'interrogavo sul passato, e tu mi parlavi della mamma, e me la descrivevi con tanta evidenza che mi pareva sempre d'averla dinanzi agli occhi, bella, elegante, gioconda. E ad ogni uscio che s'apriva e a ogni fruscìo di veste che mi feriva l'orecchio mi pareva impossibile che non dovesse esser lei, proprio lei che mi venisse dinanzi e dicesse: — Son qui, Clarina. M'hai aspettata un pezzo, non è vero? ma ormai starò sempre, sempre con te. — E così del suo soffio e della sua immagine io avevo popolato la casa, e spesso mi faceva l'effetto come s'ella fosse davvero con noi.... E allora m'accorsi che le mie gelosie eran per lei, che io dovevo custodire in nome di lei le pareti domestiche da ogni intromissione profana. Con questo pensiero mi parve di nobilitare il mio ufficio di guardiana ombrosa ed arcigna. L'Angelica mi secondava benissimo, e tengo per fermo che due creature meno ospitali di noi non potessero trovarsi in tutta Italia, a cercarle col lumicino. Non puoi immaginarti che profonda antipatia io sentissi per quella signora Agliani che è poi andata a stabilirsi in Torino. Con la scusa ch'eravamo condiscepole con la sua bimba, e che per cagion nostra, vi eravate incontrati più volte alla scuola, ella t'invitò a farle visita.... che sfacciataggine!... e poi, sempre per accompagnare quella sua figliuola lunga e sottile come un giunco, ella veniva ogni momento nel nostro giardino, e raccontava ch'era vedova, senz'appoggi, col cuore vuoto, ecc., ecc. Che cosa me n'importava a me di questa roba? Basta, babbo, purchè tu non mi sgridi, ti confesserò che un giorno instigai l'Angelica a metterle farina invece di zucchero nella tazza del caffè....
— Oh che sgarbata! — disse il signor Emilio tra il serio e il faceto.
— Più tardi l'Angelica mi raccontò che la signora Agliani aveva messo gli occhi su te per farsi sposare, ma che tu non hai voluto nemmeno pensarci per cagion mia.... Eppure, babbo, quando di fanciullina divenni ragazza, e si svegliaron in me nuove fantasie e nuove idee, e mi si affacciarono agli occhi i languidi barlumi d'un mondo ancora inesplorato, e sentii l'irrequietezza dei quattordici a quindic'anni, principiai ad accorgermi che per te dovevano esservi altri orizzonti, altri desiderii, altre speranze. Ma il primo movimento dell'animo mio non fu generoso: fu un accrescimento di sospetti. Mi pareva sempre che tu dovessi dirmi da un momento all'altro: — Cara la mia Clarina, io ti voglio un gran bene, ma tu non mi basti. — E se tu parlavi a bassa voce con l'Angelica, e se facevi ridipinger le stanze, o ricevevi un'ambasciata inattesa, io ero lì con tanto d'occhi e d'orecchi nella paura di una rivelazione sgradevole. Oppure entravo nella mia cameretta, e pensavo alla mia mamma, e piangevo....
— Sciocchina! — interruppe il signor Emilio. — Perchè immaginarti ciò che non era? O, in ogni modo, perchè non venir franca da me, e dirmi: — Babbo, nessun altro deve entrare in casa nostra: Clarina non lo vuole!
— Ah! Perchè? Perchè? Perchè in mezzo a tutto io sentivo una specie di rimorso del mio egoismo; e avrei voluto esser più buona, più ragionevole, più generosa.... ma non c'era caso.
— Andiamo bimba mia, datti pace, io ti voglio bene ugualmente, e se tu mi hai preso per confessore, io ti assolvo. Ti basta?