— Lei mi confonde — ripigliò la contessa con un sorrisetto. — Volevo dire che la mia visita aveva anche un altro scopo.
— Un altro scopo?... Parli, signora contessa, mi comandi... ove posso...
— Noi daremo, lunedì quindici, una festicciuola.... senza pretesa... e io sono qui a pregarla di volerci favorire con suo marito.... Sarà per le dieci di sera... Mi dice di sì? — soggiunse la contessa con voce melliflua ed insinuante.
Il ritardo della signora Cherubina nel rispondere dipendeva dall'eccesso della gioia. Essere invitata dalla contessa Basili in persona, alla presenza della signora Somariva e della signora Orsolini che potevano rendere testimonianza del suo trionfo, era tal fatto da togliere il dominio di sè anche a una donna più forte della signora Spiccioli.
— E come potrei dire di no, signora contessa? — ella rispose finalmente con l'accento con cui la Ristori avrebbe potuto declamare la Francesca da Rimini.
— Siamo intesi dunque — ripigliò la contessa. E poi si mise a conversare di cose indifferenti.
La signora Pasqua e la signora Veronica, visti riuscir vani tutti gli sforzi per richiamare l'attenzione della padrona di casa sopra di loro, non tardarono ad accommiatarsi, senza che la signora Cherubina dicesse una parola per indurle a prolungare la loro visita. Dovevano oramai essere persuase della sua superiorità; la loro presenza non giovava più a nulla.
— Ha visto? — disse la signora Pasqua alla signora Veronica appena furono giù delle scale! — A proposito di democrazia! Ci ha lasciate andare quasi senza salutarci.
La pretoressa schizzava veleno, ma rispose seccamente: — È una indegnità. — Poichè ella era convinta che se non vi fosse stata la moglie del farmacista la presentazione avrebbe avuto luogo per lei. E non oserei affermare che la signora Pasqua, malgrado la sua singolare modestia, non avesse un'opinione analoga a quella della signora Veronica.
— Chi sono quelle due signore? — domandò la contessa Basili alla signora Cherubina quando rimase sola con lei.