X.

Era altrettanto facile di guarire la Gegia, quanto di far passeggiare per la piazza il campanile di San Marco; nondimeno la ciarlatana si guardò bene dallo scoraggiare la inferma; la rimproverò anzi di non aver fatto nulla da un paio d'anni, ma le soggiunse che ciò non rendeva punto disperata la cosa e che perseverando nei rimedi ella avrebbe potuto ricuperar pienamente l'uso delle sue gambe. Indi le ordinò certi empiastri di sua recente invenzione, che s'erano chiariti efficaci in casi più gravi del suo. E la Gegia sperò e ubbidì ciecamente alle prescrizioni della ciarlatana, dando fondo per pagarla a poche lire ch'ella aveva risparmiate in più anni. Non toccò per altro il napoleone d'oro che le era stato regalato tanto tempo addietro dalla Lotte; questo napoleone, che le rimordeva di quando in quando la coscienza, ella aveva destinato di serbarlo ad un'opera buona, di farlo servire a vantaggio di qualchedun altro.

A Carletto la Gegia non disse nulla della cura intrapresa. Bensì a lunghi intervalli si lasciava sfuggir qualche parola che accennava all'idea della guarigione, faceva qualche progetto per quando fosse guarita.

Così pure, da pochi giorni e precisamente dacchè Carletto le aveva riferito il colloquio avuto con sua madre intorno a lei, ella aveva ripreso ne' suoi ritagli di tempo un'occupazione smessa da un pezzo: quella dei fiori di carta.

Un dì Carletto se ne accorse e le chiese: — Anche i fiori sa fare con quelle sue manine?

— Sono inezie.... Ho imparato da una signorina tedesca che abitava costì....

— Come son belli!

— Le piacciono?

— Tanto. E lavora per commissione?

— Sì — rispose la Gegia abbassando gli occhi e sorridendo.