— E chi può dir nulla? È attaccato al petto.

E, salutata la Gegia, si allontanò.

Ella, sopraffatta dal dolore, colse appena un frammento di dialogo tra la fantesca e il messaggero di Carletto.

— Chi è quella ragazza?

— Oh un bel feudo!... Ha perdute le gambe.

La Gegia non aveva tempo di sentirsi mortificata da queste parole; il suo pensiero era corso alla camera ove languiva il solo uomo che per un istante aveva mostrato di provar per lei qualche cosa di più che un sentimento di sterile compassione... Oh così avesse potuto volare ella stessa a soccorrerlo, a vegliarlo! Così avesse potuto morire in vece sua, morire sotto i suoi occhi, ridonandogli la vita e la sanità! Che faceva ella nel mondo? A chi era necessaria? Non al padre, non alla zia; egli invece aveva una vecchia genitrice di cui era il solo conforto, egli poteva ancora trovare qualcheduno che lo amasse!

La tormentava inoltre l'idea delle strettezze in cui Carletto si trovava sicuramente. Poveretto! Se la sua malattia era lunga, come ne avrebbe sopportato le spese? Ed ella ripensò alla moneta donatale dalla Lotte; a che opera buona l'avrebbe destinata se non a questa di soccorrere Carletto e la sua mamma?

Il sabato, quando il vecchio Menico venne da lei come il solito, ella lo supplicò di ascoltarla con pazienza e di prepararsi a darle una prova del suo affetto per essa. Gli raccontò la storia del napoleone d'oro, il voto ch'ella aveva fatto d'impiegarlo un dì o l'altro in tal cosa che le facesse perdonare a sè medesima il modo in cui lo aveva ricevuto; gli parlò di Carletto, della sua malattia, dei suoi imbarazzi economici e del bisogno ch'ella sentiva di essergli utile. Finchè era sano, ella non aveva avuto il coraggio di offrirgli nulla, ma adesso ch'era infermo, ogni esitanza le sarebbe parsa colpevole, ed era certa che Carletto non avrebbe rifiutato un aiuto da lei. Perciò, s'era vero ch'egli le voleva bene, egli stesso, il signor Menico, doveva assumersi quest'ufficio delicato, doveva andare da Carletto, informarsi della sua salute, vederlo e fargli accettare quel po' di denaro. No, s'egli stava in forse di compiacerla, ella non avrebbe più creduto nemmeno a lui, avrebbe detto, povera disgraziata, che nessuno, nessuno aveva pietà di lei sulla terra, Menico, ch'era di cuor tenero, finì col cedere e adempiette così bene all'incarico che la Gegia gli sarebbe saltata al collo se il saltare fosse stato cosa da lei. Quand'egli le disse che a parer suo Carletto non istava poi tanto male come si voleva far credere, quando le soggiunse che il suo napoleone era stato accolto con lagrime di riconoscenza e aveva risparmiato alla madre del giovine la necessità d'impegnare un filo d'oro ereditato da suo marito, la Gegia si sentì quasi felice. È pur vero che noi non possiamo sbarazzarci affatto dell'amor di noi stessi nemmeno negli slanci più generosi dell'animo, e la soddisfazione di lenire un dolore altrui ci fa sovente dimenticare che sarebbe assai meglio che questo non ci fosse.

Di lì ad alcune settimane il signor Menico tornò a visitare l'infermo. Aveva ancora la tosse e un filo di febbre, ma era pieno di speranze. La finestra della sua cameretta era spalancata, e il sole veniva a lambire il suo letticciolo, e le dolci aure di primavera accarezzavano la sua fronte.

— Che cosa le mandi a dire alla Gegia? — chiese a Carletto la vecchia madre che gli sedeva vicino e lo guardava teneramente.