Il signor Odoardo è ingiusto, e ciò ch'è peggio, egli dice una cosa di cui egli stesso non è persuaso. Egli sa, egli deve sapere che quelli della Doretta non sono capricci. Egli deve saperlo meglio che non lo sappia ella medesima, la quale forse non sarebbe in grado di spiegare ciò ch'ella prova. È il presentimento d'un pericolo nuovo, è la ripetizione di un antico dolore. Ella non aveva ancora sei anni quando le è morta la mamma, eppure gliene è rimasta una impressione incancellabile nell'anima. E adesso le pare che la mamma le torni a morire.
— Quando avrai finito di piangere, Doretta, verrai qui — dice il signor Odoardo.
La Doretta, rincantucciata, piange meno ma non ha finito di piangere. Proprio come fuori. Nevica meno, ma non ha finito di nevicare.
Il signor Odoardo si copre gli occhi con una mano. Quanti pensieri gli si affollano alla mente, quanti affetti si combattono nel suo cuore! Oh se potesse scacciar via l'immagine della signora Evelina! Ma non gli riesce. Quelle ciocche bionde egli le vede ancora, vede ancora quelle pupille azzurre, quel sorriso lusinghiero, quella persona tutta grazia e armonia. Egli non avrebbe da dir che una parola e la signora Evelina sarebbe sua, verrebbe a rianimare la sua casa solitaria, ad empirla di vita, d'amore. Per virtù di lei egli ringiovanirebbe di dieci anni, crederebbe di essere come quand'era fidanzato la prima volta. Eppure no, no. Come la prima volta non poteva essere. Egli era allora ben diverso da quello di adesso, e l'altra, oh anche l'altra era diversa molto dalla signora Evelina. Com'era modesta e vereconda! Quanto riserbo di vergine perfino ne' suoi trasporti d'amante! Come erano belli i rossori improvvisi che le tingevano il volto, com'era dolce l'incanto di quelle sue lunghe ciglia pudicamente abbassate! Egli l'aveva conosciuta nella intimità delle pareti domestiche, semplice, timida, buona figlia, buona sorella, come doveva essere buona moglie e buona madre. L'aveva amata qualche tempo in silenzio ed ella aveva amato parimente lui. Un giorno, passeggiandole a fianco in giardino, egli le aveva preso la mano con impeto subitaneo se l'era portata alle labbra, dicendole — Le voglio tanto bene. — Pallida, tremante, ella era corsa a gettarsi in braccio alla mamma con un grido — Come sono felice!
Oh bei tempi, oh bei tempi! Egli era poeta allora, egli susurrava nell'orecchio della sua fanciulla con l'accento della più sincera passione:
T'amo più che non s'ami umana cosa,
Sei la speranza mia, sei la mia fè,
Se' il mio Dio, la mia patria e la mia sposa.
Non amerò nel mondo altri che te.
Versi bruttini, ma che facevano palpitare di voluttà la giovine fidanzata. Oh bei tempi, oh bei tempi! Oh lunghe ore passate come un lampo in soavi colloqui, oh segreti dell'anima che l'anima scopre a sè stessa soltanto per rivelarli alla persona diletta, oh carezze desiderate e temute, oh rabbiette fuggitive, oh lagrimuccie rasciugate coi baci, oh sgomenti pudichi, oh ingenuità sante, oh abbandono d'un amore puro ed ardente, chi può sperar di trovarvi due volte nella vita?