«Ugo lesse.
«O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...»
« — Les feuilles d'automne; una primizia — disse poi continuando a leggere.
« — Una primizia affatto. L'ebbi ieri dal libraio. Io non me ne intendo, ma mi pare tra le più belle cose di Vittore Hugo. Ma quel mio benedetto Alberto non ci ha gusto per questa roba: ha sfogliato il libro in fretta e in furia, e poi lo gettò in un canto senza che si capisse se gli sia piaciuto sì o no.
« — Ha torto.
« — Non è vero? — proruppe vivamente Giulietta — ha grandissimo torto, perchè la poesia, quando è bella, è qualche cosa che tocca l'animo e ci fa più grandi e più buoni. Vedete; io non so stancarmi di leggere quei versi che vi stanno sotto gli occhi, e (mi direte fanciulla) ho frugato nei miei vecchi quaderni, e provai quello che prova il poeta....
« — Sì, ma egli richiama i suoi diciott'anni, e voi, se è lecito investigare l'età di una donna, li avete appena sentiti suonare....
« — Forse — rispose Giulietta — ma in noi la vita è più precoce, e i nostri quattordici anni corrispondono ai vostri diciotto. O le soavi fantasie, o i cari sogni de' miei quattordici anni! Lungo i corridoi del convento, nel giardino, sotto il pergolato, a braccietto d'un'amica o in frotte di cinque o sei seguite a stento dal passo grave e ammonite invano dalla voce nasale d'una monaca gialla e stecchita; che schietta allegria, che ridda irrequieta di speranze, di desiderii, d'affetti! Come si deludeva la disciplina claustrale, come si subiva senza rancore e senza tedio quella sequela interminabile di pratiche religiose che ci erano imposte! La campana del convento veniva ad ogni tratto a interrompere il corso dei nostri pensieri ma non ne lacerava la tela. Le fantasie accarezzate dell'anima sotto i rami frondosi delle acacie e dei carpini, mentre il vento mormorava, e gli uccellini, cantando, saltavano d'arbusto in arbusto, ci seguivano poscia pei bruni corridoi e sui rustici banchi della chiesa. Nelle penombre delle ampie navate, nel raggio di luce che, scendendo dal finestrone a colori, andava a spezzarsi sul fusto d'una colonna o sugli angoli d'un confessionale, c'era un mondo misterioso ed affascinante che riempiva di sè il nostro spirito, che ci faceva sorridere e piangere quasi tutto ad un tempo. Le labbra mormoravano intanto la solita salmodia, ma la mente era altrove, il prete cantava messa, ma noi stavamo più compunte di viso che d'anima. E, si sospirava alla cara libertà, e al calar della sera, guardando il muro che ci contendeva tanta parte dell'orizzonte, si gridava tra noi fanciulle — O non cadrà mai quel maledetto muro, o non potremo mai andare dove ci piace e adoperare a pro di qualche cosa e di qualcheduno tutto quello che sentiamo qui dentro?
— E chi avrebbe voluto esser Giovanna d'Arco, e chi santa Teresa, e chi Laura o Beatrice, perchè, di contrabbando, erano entrati in convento Dante e Petrarca, e, Dio cel perdoni, anche l'Ariosto....
«Giulietta s'interruppe un istante, arrossì leggermente e poi ripigliò: — E si diceva: la bella cosa che dev'essere l'avere un poeta che sia tutto per voi, e vi scriva de' versi che passeranno all'immortalità; onde, dopo tanti secoli il vostro nome confuso col nome di lui ricorra frequente su mille labbra gentili e faccia piangere de' cari occhi malinconici! E come dev'esser bello il morire per esso, lo spirare l'ultimo fiato fra le sue braccia!... oh insomma quante deliziose sciocchezze si dicevano in quel tempo!...