—La troveremo lì, la mamma?
C’era un’ansietà così dolorosa nell’accento della fanciulla che Gasparo non ebbe il coraggio di dirle il vero e baciandola teneramente le susurrò con un filo di voce:
—Se la troveremo?... Chi sa?... Forse sì.
Margherita si calò giù pian pianino, prese la nuova Lilì che giaceva ai suoi piedi, le riannodò intorno alla vita un nastro bianco rosso e verde che s’era sciolto e si mise a canticchiare
Tre colori, tre colori,
ecc., ecc.
Quel giorno stesso, nel pomeriggio, le truppe austriache, inghirlandate di mirto, entravano in Venezia come in una tomba, senza destare sul loro passaggio neppur uno di quei gridi che salutano i vincitori. Passando in gondola davanti al palazzo Bollati un maggiore spiegava all’ufficiale ch’era con lui come quel palazzo avesse appartenuto ai suoi suoceri e fosse poi andato all’asta e diventato proprietà d’un inglese. L’ultimo dei Bollati s’era ridotto a vivere in tre stanze a tetto. A questo punto eran decaduti molti nobili veneti! Il maggiore soggiungeva che come unico erede della marchesa sua moglie, morta alcuni mesi addietro in Moravia, egli aveva il diritto di veder davvicino come stessero le cose e che a un tale diritto non intendeva punto di rinunziare. Oh, S. E. il Governatore militare Gorzkowsky avrebbe fatto far giudizio ai Tribunali italiani.
Chi parlava così era il signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, rimasto vedovo, e promosso da capitano a maggiore durante la guerra. E mentr’egli parlava, nella soffitta del palazzo Bollati, i becchini chiudevano nella cassa il conte Leonardo, ultimo rampollo d’una famiglia di dogi.
FINE.
MILANO.—FRATELLI TREVES, EDITORI—MILANO.