—Ho il figliuolo coscritto.

—Andate in pace—diceva sior Bortolo—chè già nel testamento di S. E. Leonardo c’è un legato pei poveri della parrocchia.

—Oh paron benedeto!—stillavano alcune di quelle megere—di quei soldi lì noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano.

—Eh, vergogna. Che discorsi!

—Pur troppo, sior Bortolo.... Pur troppo la è sempre così.

—Se anche non li mangia tutti—soggiungeva una femmina d’opinioni moderate—li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha bisogno.... Sia buono, sior Bortolo, ci dia qualche cosa.

Sior Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un cassetto.—Uno alla volta.... Marco.

Marco era un fattorino addetto all’agenzia.

Sior Bortolo gli diede una manata di soldi con l’incarico di licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a sior Bortolo ogni volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene. In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. Sior Bortolo, dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della giornata, stimò opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire nei libri una somma maggiore del vero.

Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel giorno d’ottobre 1838, non era un grand’uomo, come volevano far credere i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in gioventù una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini dell’ammiraglio Emo nell’impresa di Tunisi, e aveva avuto l’abilità di conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Così più d’uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l’opinione del vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della flotta, le cose sarebbero andate diversamente.