—Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo alla marmaglia?

—Lo vedete voi stesso, è chiaro come la luce del sole che meno di quel che si spende non si può spendere.... almeno per parte mia. Se voi sprecate il danaro senza discernimento....

—Io!—interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora toccò a lui di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari non c’era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non avesse un posto nel palcone di società in tutti i teatri, e non frequentasse il caffè, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a tre sette per paura di perdere qualche zecchino.

La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito non finivano lì, ma tacque per ispirito di conciliazione.

Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull’argomento, ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse capace l’animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di cioccolata al giorno, deliberò di sacrificarne una, e il conte Zaccaria, sempre fermo nell’idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo, immolò sull’altare della famiglia un bicchierino di curaçao, ch’egli soleva centellare dopo colazione.


IV.

Chi, nei giorni immediatamente successivi alla morte del N. H. Leonardo, fosse penetrato in qualche caffè di Venezia avrebbe sentito un dialogo simile a questo:

—Dunque si sa precisamente quel che abbia lasciato Bollati?

—Ma no, nulla di preciso... L’azienda diretta da quel famosissimo sior Bortolo è in una confusione da non credersi.