—Il conte Leonardo aveva sempre veduto di mal occhio questo matrimonio.
—E aveva ragione. O che non c’erano meglio partiti a Venezia?
—Quel marchese con la sua prosopopea è insoffribile.
—È poi così ricco come si vanta di essere?
—Nemmen per sogno.... Molto fumo e poco arrosto. Già quando c’è il vizio del gioco non c’è fortuna che basti.
—Il gioco, il vino e i cavalli—soggiungeva un altro.—Tre cose che costano un occhio.
—E lei, la marchesa, sciupa una moneta in toilettes.
—Sì, con quel frutto.... Pare la bambola di Francia.
E si seguitava di questo tuono, tagliando i panni addosso al marchese Ernesto e alla marchesa Maddalena, che, per vero dire, erano antipatici a tutti. Noi, che non dobbiamo occuparci dei fatti loro, li lasceremo in balìa dei loro detrattori e vedremo che cosa pensino del testamento del conte Leonardo quei parenti dei Bollati, a cui già accennammo più volte, i Rialdi.
Anche i Rialdi erano stati delusi nella loro aspettazione. Si ripromettevano una bella sommetta e avevano avuto invece un legatino piccolo piccolo. Il conte Luca soffiava in silenzio (era il suo modo d’esprimere il malcontento), ma la contessa Zanze, quando non c’era presente la figliuola, non resisteva alla tentazione di darsi uno sfogo.