Il N. H. Zaccaria chiamò a consulto sior Bortolo e l’avvocato di casa, chiamò ad audiendum verbum il suo nobile rampollo e con uno slancio d’insolita energia gl’intimò di dargli la nota precisa dei suoi creditori e della somma che doveva a ciascuno. Ma il contino Leonardo non era in grado di fornirgli quest’utile informazione; chè non s’era mai curato di tenere un registro. Aveva sottoscritto le cambiali; che importava il resto?
A questo proposito l’agente generale e l’avvocato osservarono concordemente che le obbligazioni assunte dal contino Leonardo, ancor minorenne, non avevano effetto legale e potevano quindi non riconoscersi; però il conte Zaccaria, frivolo, dissoluto, improvvido com’era, conservava qualche buona qualità e ci teneva, a suo modo, all’onor del casato, nè volle saperne della scappatoia che gli era offerta. In conseguenza di ciò, tutti quelli che avevano delle ragioni da far valere verso S. E. il signor contino Leonardo Bollati P. V. furono invitati a recarsi entro un dato termine nei mezzanini del palazzo e a presentare i loro titoli al signor Bortolo Segugi, agente generale della nobile famiglia. Trascorso infruttuosamente il termine stabilito si approfitterebbe dei diritti concessi dalla legge relativamente ai debiti dei minori e non si accoglierebbe nessuna domanda, come si dichiarava fin d’ora di respingere in avvenire qualunque pretesa relativa a fatti posteriori alla data di quell’avviso.
L’intimazione sortì in parte soltanto il suo effetto; i creditori più timidi risposero all’appello, e preferendo il certo all’incerto, scesero volentieri agli accordi; gli altri invece, più avidi di guadagno, più fiduciosi nella fortuna dei Bollati, stimarono meglio di correre il rischio e di continuar anzi a sovvenire il giovane Leonardo per rimborsarsi poi del capitale e degli interessi quand’egli fosse venuto in possesso del patrimonio. Il conte Zaccaria era già innanzi negli anni e non era un colosso; non sarebbe mica vissuto eterno. Anche il cuoco, il signor Oreste, dopo molte esitazioni finì coll’appigliarsi a questo partito. A voler figurare tra i creditori del padroncino egli metteva a repentaglio il suo posto, e quel posto era troppo lucroso da giocarlo sopra una carta.
Durante queste peripezie dei loro nobili congiunti, i Rialdi stavano sempre nell’ombra. Nessuno si curava di loro, nessuno chiedeva il loro parere; tutt’al più la querula contessa Chiaretta ripeteva alla cugina Zanze e alla Fortunata gli sproloqui ch’essa soleva fare due volte al giorno con don Luigi. Erano variazioni su un unico motivo. Il mondo andava a rotoli per l’audacia dei carbonari e per la debolezza dei Governi. Quest’era la ragione per la quale il contino era stato picchiato dal figlio dell’oste, quest’era la ragione per cui egli era caduto in mano degli usurai. Non c’era che dire, i suoi difetti egli li aveva pur troppo, e la contessa Chiaretta, altrettanto energica nel linguaggio quanto fiacca e nulla nell’azione, ammetteva lei per la prima che Leonardo era uno scioperato, un vizioso, un uomo ch’ella non si stupirebbe di veder finire sul patibolo, ma, alla stretta dei conti, di chi era la colpa? Dei carbonari, dei frammassoni e dei loro acoliti. Senza di questa brutta genìa, la vecchia Repubblica sarebbe ancora in piedi, e Leonardo farebbe quello che facevano i suoi nonni, e anche lui, dopo morto, lo metterebbero in cornice come una brava persona.
—Povero Leonardo!—pensava Fortunata.—Se gli avessero voluto bene, sarebbe cresciuto diversamente. Altro che i carbonari!... Io però gliene avrei voluto tanto di bene, gliene voglio anzi come una sorella, come.... più che come una sorella.... Ma è una fatalità... Egli non mi dà retta e corre invece dietro a certe femmine.... È vero che quelle son bellissime... dicono... e io invece... oh perchè, perchè non son bella anch’io?
E quest’idea di non esser bella, di non piacere a Leonardo, di non poter salvarlo dalla rovina del corpo e dell’anima l’accorava fuor di misura e le impediva di gustare quel po’ di bene che c’era in famiglia. Perchè in casa Rialdi pareva essersi aperto uno spiraglio alla fortuna. Dopo dieci anni di aspettativa, il conte Luca aveva finalmente ottenuto una promozione che aveva il duplice vantaggio di farlo guadagnare di più e lavorare di meno, giacchè è noto che nei pubblici impieghi ognuno lavora in ragione inversa della paga che ha. Però questo era il meno. Le maggiori speranze dei Rialdi erano oramai concentrate in Gasparo, a cui sembrava riservato davvero uno splendido avvenire. L’anno stesso del suo imbarco, vale a dire il 1840, egli aveva la buona ventura di prender parte alla fazione di San Giovanni d’Acri e di coprirvisi di gloria, tanto da esser citato con lode speciale nell’ordine del giorno del comandante, e di passar alfiere di vascello, primo tra i giovani usciti con lui dall’Accademia di Sant’Anna. Più tardi la sua intrepidezza in una burrasca, l’audacia e il sangue freddo con cui egli aveva diretto un’imbarcazione alla riscossa di alcuni naufraghi, avevano confermato la sua fama di marinaio valoroso ed intelligente, e gli avevano procurate nuove dimostrazioni di stima da’ suoi superiori.
La contessa Zanze, che nella sua fervida fantasia lo vedeva già ammiraglio, gli perdonava ormai il suo carattere impetuoso e la sua avversione ai parenti Bollati, e nelle rare e brevi gite ch’egli faceva a Venezia lo costringeva a passeggiar con lei una o due ore al giorno per la piazza S. Marco con la sua bella uniforme in dosso e con la sua spada al fianco. Visite egli non voleva farne a nessun patto; bisognava dunque ch’ella trovasse un altro mezzo perchè le sue conoscenti lo ammirassero e nello stesso tempo ammirassero lei ch’era sua madre.
Anche Fortunata era orgogliosa di suo fratello, ma quanto più egli cresceva in riputazione tanto più ella si sentiva intimidita e quasi sgomenta al suo cospetto. Egli, vedendola sempre malinconica, faceva di tutto per darle confidenza e per indurla ad aprirsi con lui, ma non c’era caso, le parole le morivano sul labbro. Già nel fondo del suo cuore, la giovinetta maturava un pensiero che non osava rivelare a nessuno, il pensiero di entrare un dì o l’altro in un chiostro. Colà almeno ell’avrebbe pregato giorno e notte per Leonardo.