Il gastaldo aveva sentito risvegliarsi a un tratto le sue viscere di zio, e strappandosi i capelli per la disperazione era corso da S. E. il conte Zaccaria a dirgli ch’egli era un uomo rovinato, che non avrebbe potuto sopravvivere al disonore della famiglia, nè reggere al pensiero che un colpo simile gli venisse da un nobil uomo Bollati. A chi la mariterebbe adesso la sua nipote? Come risponderebbe ai fratelli della ragazza, giovani impetuosi e maneschi, che lavoravano in Ungheria, ma che sarebbero certo tornati in patria appena fosse giunta loro la notizia dell’accaduto?

S. E. aveva molto ragionevolmente fatto notare al suo interlocutore ch’egli aveva avuto torto di non accorgersi di quello di cui s’accorgevano tutti, vale a dire che la Rosetta era un po’ civettuola e che egli doveva custodirla meglio di quel che non avesse fatto.

Ma il volpone non s’era dato per vinto. Sicuro, egli era stato una bestia, sicuro, la Rosa era una fraschetta, ma egli aveva avuto sempre tanta fiducia ne’ suoi padroni! Quel contino Leonardo egli l’aveva sempre considerato, salvo la debita riverenza, quale un figliuolo. Di tutti avrebbe dubitato ma non di lui. E adesso, se quei ragazzi tornavano a vedersi, come impedire che si riavvicinassero, come impedire che la tresca ricominciasse?... Ah s’egli avesse potuto spedir la Rosetta all’altro capo del mondo?... Se avesse potuto sposarla fuori di paese?... Ma prima dello scandalo non c’era che da scegliere fra dieci a dodici partiti oltre a Beppe Gualdi: invece dopo quella sera fatale nessuno voleva più saperne.... Uno solo, forse, non aveva mutato idea, Menico il caffettiere.... Quel monello lì era innamorato cotto della Rosa e pareva sempre disposto a prendersela.... Ma come si fa? La Rosa non aveva un soldo di dote, Menico non aveva neanche la camicia.... Si doveva lasciarli morir di fame? In quanto a lui, il gastaldo, si sarebbe levato il pane di bocca per dare quattro soldi alla nipote che gli era stata raccomandata dal fratello al letto di morte, ma, quant’è vero Iddio, era al verde, assolutamente al verde.... Anni cattivi, anni cattivi, e S. E. lo sapeva meglio degli altri.

In ogni circostanza critica il conte Zaccaria ricorreva al consiglio ed all’opera del suo agente generale. Quell’impagabile sior Bortolo col suo umore uguale, calmo, sereno, era l’uomo fatto apposta per appianare i dissidi. Non che escludesse a priori le liti. Quando la dignità dell’illustre famiglia Bollati lo esigeva, egli sapeva tirarle in lungo anche più della guerra di Troia, ma negli altri casi egli preferiva gli accordi amichevoli. Ora, egli aveva un modo tutto suo d’intendere questa dignità del casato. Se le liti potevano fruttare dei quattrini a lui, egli diceva che bisognava litigare; se non potevano fruttargli nulla e aveva invece da sperar qualche cosa dagli accordi, egli sosteneva con altrettanta energia che bisognava venire a patti.

Fedele a questo sistema, egli suggerì a S. E. Zaccaria di far ponti d’oro al matrimonio della Rosetta con Menico. La dignità del nome Bollati imponeva di riparare alle conseguenze della leggerezza del contino Leonardo, e poichè se ne offriva la propizia occasione era debito sacrosanto di non lasciarselo sfuggire. Si desse una piccola sommetta a Menico per aprire, come egli desiderava, un caffè nel vicino paesetto di Oriago, e ch’egli si sposasse in santa pace la Rosa. E sior Bortolo tanto disse e tanto fece che il conte Zaccaria si persuase al sacrifizio pecuniario che gli era richiesto. Già a trovar il danaro ci pensava l’agente.

La ragazza, rendiamole giustizia, si mostrava molto restìa ad accettare una simile soluzione, ma il gastaldo, questa volta, fece da zio e da tutore sul serio, e dichiarò che s’ella non accondiscendeva al matrimonio, egli l’avrebbe cacciata di casa. Non voleva, no, aver altri fastidi per cagion sua.

Ond’ella dovette piegare il capo e rassegnarsi a queste nozze ridicole. È inutile ripetere i commenti che se ne facevano sul luogo e la sorte che si pronosticava a quel grullo di Menico. Costui però non se ne dava per inteso, e tutto tronfio per la bellissima fidanzata, lasciava cantar le cicale, mentre coi capitali di S. E. Zaccaria e sotto il patrocinio di suo santolo e di sior Bortolo si disponeva ad aprire nel villaggio di Oriago la nuova bottega di caffè e liquori col titolo pomposo: All’Imperatore d’Austria.

Dopo la sua ingloriosa avventura campestre, il contino Leonardo scivolò ancora più basso sul lubrico pendìo del libertinaggio. Egli non aveva ormai altra cura che questa e aveva abbandonato anche l’esercizio del remo, ch’era stato la passione della sua infanzia. S’era poi emancipato da ogni tutela e non andava nemmeno col suo signor padre al caffè Suttil, trovando abbastanza noioso di sentir raccontare dai vetusti avventori di quel caffè le galanterie di trenta o quarant’anni addietro. Passava invece la sera e buona parte della giornata con altri giovanotti della sua età e de’ suoi gusti, amanti del bigliardo, del vino e delle femmine. Quantunque avesse ogni tanto delle vampate di boria patrizia, non era troppo rigido nella scelta dei compagni; fra questi suoi amici ce n’erano di nobili, di quelli che, come lui, trascinavano nel fango un nome storico, ma ce n’erano anche della media e della piccola borghesia; ce n’erano infine di usciti dai bassi fondi della società, gente rotta a ogni vizio e priva d’ogni pudore. Costoro vivevano alle spalle dei camerati facendosi perdonare la viltà del parassitismo con viltà ancora più grandi.

Al nostro Leonardo erano insufficienti adesso, nonchè i pochi quattrini datigli dal padre al primo del mese, anche le generose sovvenzioni del signor Oreste, ed egli doveva ricorrere ai peggiori strozzini della città per aver danari a babbo morto. Si può immaginarsi a che condizioni li aveva. Il signor Oreste, che, nella sua qualità di creditore, teneva d’occhio il padroncino ed era sempre informato dei fatti suoi, brontolava a vederlo caricarsi di debiti verso altre persone e minacciava di parlare, tantochè, per tenerlo quieto, conveniva pagargli di tratto in tratto degli acconti che falcidiavano le somme ricevute a prestito, e per conseguenza rendevano necessarii de’ prestiti nuovi.

È ben raro che simili cose restino segrete, e il conte Zaccaria fu avvertito che circolavano delle cambiali con la firma di suo figlio. Vissuto sino allora nella dolce illusione che il contino Leonardo avesse l’arte di divertirsi a buon mercato, Sua Eccellenza rimase di stucco all’inatteso annunzio, e dovette mettersi a letto per un travaso di bile. La particolarità delle cambiali era quella che l’offendeva di più; debiti ne aveva fatti anche lui in giovinezza, e pur troppo ne faceva ancora sotto forma di mutui, ma le cambiali le lasciava ai mercanti. O che il nome di un Bollati doveva figurare a fianco di quello d’un salumaio?