Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti della prima giovinezza. Così l’albero investito dal turbine sente le sue radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva con maggior simpatia dell’usato la compagna de’ suoi giochi infantili, e l’accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le empiva l’anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch’ella aveva avuto ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano. Covava il suo male, ecco la ragione de’ suoi modi aspri, de’ suoi stravizzi, di tutto. E poi c’eran stati i falsi amici che lo avevano traviato, que’ falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava cattivi consigli, egli era un altr’uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:—Vedi chi di noi due s’ingannava!—Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte ch’egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s’era commosso neppure alla notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca—egli aveva scritto sdegnosamente ai suoi genitori—perchè non si deve augurar male a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè per la famiglia, nè per Venezia, nè per l’Italia.»

—L’Italia! Che cosa c’entra l’Italia?—brontolava il conte Luca.

Se c’entrasse l’Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile opinione del nobile Piero Canziani, c’entrava nientemeno che l’umanità. Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell’insigne poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta, avvertita che non era un sonetto, chiamò un verso. Ora il componimento del nobile vate esordiva così:

Sorgi, o contrita umanità. Dal coro
Sgombra il vano terrore;
Questo figlio d’eroi vive e non muore.

Concetto peregrino che don Luigi però trovava preferibile al manzoniano

I fratelli hanno ucciso i fratelli.

—Non c’è giovane di negozio—osservava don Luigi con aria di sprezzo—che non sappia dire una roba simile.

Anch’egli, l’ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta all’Ateneo col titolo: Alcuni pensieri sul migliore uso della congiunzione separativa O. Non era che il frammento d’un’opera linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato certe riputazioni!...

Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un momento tutto l’antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale fu l’abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono non solo a riempire l’epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti vantaggiosi con tre o quattro restaurants di second’ordine.

Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo avvenimento, il conte Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d’infanzia, alla Casa degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni la Gazzetta privilegiata di Venezia ebbe da registrare con parole di sentito encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani sentenziando:—I Bollati sono sempre i Bollati.—Alla quale affermazione sior Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.