Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna, ove non c’era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto l’impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio. Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto. Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del palazzo a domandar sue notizie; poi non s’eran più fatti vivi. E siccome d’altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli anni dell’infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l’uggia di quell’eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia, invocava dal cielo il favore supremo d’addormentarsi in quel sogno e di non riaprire gli occhi mai più.
Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio fisico non avvertito per l’addietro, sia che il non trovarsi in mezzo alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue, considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell’animo suo ci vuol poco a immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da scrupoli, insofferente d’altre catene che di quelle che s’annodano e sciolgono in un giorno, egli intendeva l’amore in un’unica maniera... la maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di professione. L’idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co’ suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo stringevano a lei, nè l’affezione sommessa ch’ella gli mostrava, nè la gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s’egli fosse stato sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era così cauto, così riguardoso; il turbamento ch’ella provava vicino a lui era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l’assalisse una vana inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s’urtavano, ell’arrossiva fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda abbastanza ne’ suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le sensazioni ch’ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder che quei due ragazzi se la intendevano, e tornando sempre con la mente al sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s’ingegnano, guai. E se il conte Luca s’avventurava a dire:—Bisognerebbe badare di più a Fortunata, mi spiego?—essa lo faceva tacere con un brusco:—State zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.
In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:—Ohe tosi, io non istò mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta che non mi facciate il chiasso vicino.
I tosi avevano ormai l’uno vent’anni passati, l’altra quasi diciotto, e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi ell’aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e i baicoli col nobile Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle altre dame che venivano a visitarla, da giocare a consina con don Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali. Tutto ciò senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?
Con quest’assoluta libertà lasciata a’ due cugini, accadde quello ch’era da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata più debole.....
XI.
Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volontà. E dopo la caduta, oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e dai rimorsi, ella si sentiva più inetta che mai a scuotere il giogo, a sottrarsi all’abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera, sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta diventasse pubblica, se ne giungesse la notizia fino a Gasparo? Come affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo pensiero, ce n’era un altro che l’atterriva ancora di più. Era il pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come si fa d’un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove andrebbe a nascondersi? L’idea del chiostro, accarezzata in passato, tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l’animo inquieto vi si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non tardava a dirle che anche questa era un’illusione, e che non c’è porto ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe ella alzar gli sguardi al cielo finchè un amore profano la teneva incatenata alla terra? E quell’amore come sperar di sradicarlo s’esso era parte dell’esser suo, s’ella gli aveva sacrificato ogni cosa più cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre voluto!... C’era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo trovava bello, lo trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili. Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicità. Ma la fortuna non l’aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspirare ad una principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch’egli sposasse un’altra, prima ch’egli amasse un’altra....
Così, senz’accorgersene, ell’accettava il suo disonore, accettava tutto piuttosto che l’abbandono. E quando s’alzava dal letto dopo una notte insonne e angosciosa, ella contava l’ore e i minuti che la dividevano dal momento in cui il gondoliere di Ca’ Bollati sarebbe venuto a prenderla per ordine della lustrissima e l’avrebbe accompagnata a palazzo. E come le batteva il cuore, allorchè, nel far lo scalone, sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in largo la sala!
—Sia ringraziato il cielo—diceva la contessa Chiaretta.—Se Leonardo non ha compagnia non istà mai tranquillo.... Andate a giocare a dominò, ragazzi.... O fate pure quel che volete, purchè io non senta rumore.