Sotto l’impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio, ella corse in traccia d’un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel confessionale gli rivelò la sua passione infelice e il fermo proposito di espiare i suoi errori con una vita d’orazioni, d’astinenze, di sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si è ch’ella uscì dal tempio più invasata che mai dall’ascetismo e più che mai decisa a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva già notato quella mattina il pallore e l’abbattimento di Fortunata, notò ora lo stato d’esaltazione in cui ella si trovava e l’assoggettò a un interrogatorio in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova confessione, ma non potè schermirsi dall’insistenza materna. Stremata di forze, ella fu côlta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai singhiozzi ripetè ancora una volta la dolente istoria del suo amore e della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco, non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perchè ell’era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la caduta di Fortunata doveva darle un’arma per venire a capo de’ suoi disegni, ell’era prontissima ad assolversi d’ogni colpa. Sì, sì, ella non aveva difficoltà a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condotta meglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo. Invece era successo precisamente l’opposto. Fatalità! A tale proposito la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l’arte finissima da lei adoperata a’ suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi non aveva avuto più tanti scrupoli, chè già non è un delitto il mangiar il proprio grano in erba. Del resto, ora l’essenziale era di non smarrirsi d’animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perciò, quando la ragazza tirò in campo l’argomento del chiostro, la contessa, che fino a quel punto l’aveva ascoltata con simpatia fingendo di non accorgersi dei rimproveri indiretti che c’erano nelle parole di lei, mutò tenore ad un tratto, e non frenandosi più dichiarò che questi eran discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una sola cosa poteva salvar l’onore della famiglia, il matrimonio. Ma Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che già il matrimonio era impossibile, e che a ogni modo ell’era ormai risoluta a fuggire dal mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.

Ne seguì una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in deliquio.

Assistita subito dalla madre, ella non istette molto a rinvenire; ma si lagnava d’una grande spossatezza, d’un malessere generale ch’ella non sapeva spiegarsi.

Un dubbio improvviso sorse nell’animo della contessa Zanze; tuttavia ella tenne per sè le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola un tuono affettuoso e sollecito, raccomandò a Fortunata di esser calma, di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia voleva tiranneggiarla.

Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baciò e ribaciò la genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa, consentì a mettersi a letto.

Il conte Luca, tornando quel giorno dall’ufficio con la testa piena d’un finale di scacchi ch’egli aveva studiato sulla carta, trovò la moglie in cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino appartato.

—Che cosa c’è? Che cos’è successo?—chiese il pover’uomo che non capiva.

—Zitto!—disse la contessa.—Non facciamoci sentire dalla gente di servizio.

La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po’ sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.

—Insomma?—ripigliò il conte abbassando la voce.