E allora la consorte gli spifferò tutto quello che ella sapeva e tutto quello che l’indisposizione di Fortunata le faceva supporre.

Il nobile Rialdi era d’indole mansueta, ma in certi casi non c’è mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.

—Questa tegola mi casca sul capo!—esclamò il conte Luca, girando come un forsennato su e giù per la stanza.—Mi spiego?... Non l’avevo detto io che l’andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo, voi....

—Eh non mi seccate—interruppe la contessa Zanze.—Piuttosto andate a chiamare il medico, giacchè mi occorre saper precisamente in che acque si navighi.

Il conte Luca ubbidì, e il dottore, interrogata con molta discrezione la ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni della signora contessa avevano proprio côlto nel segno.

—Povero me, povero me!—gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano.—Poteva toccarmi di peggio?

La contessa moglie gli diede sulla voce.—Ci vuol altro che queste smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o un pampano.

La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze, secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito lasciò l’ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla figliuola.


XII.