L’annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d’una bomba in casa Bollati. Di così grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, nè aveva mai recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza colore, che aveva diciott’anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!—Già—notava in cuor suo il lustrissimo Zaccaria—un gran sangue quello dei Bollati.
Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poichè non s’era nemmeno potuto effettuare l’andata in campagna a cagione di un’epidemia di tifo che infestava in quei mesi i pressi della villa) non c’era modo di levarsi d’attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l’onore alla sua creatura, e s’era ostinata a non veder altro risarcimento possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle ripulse, ma tornava alla carica col lustrissimo Zaccaria, o con la lustrissima Chiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua qualità di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l’obbligo sacrosanto dei suoi padroni.
Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la tattica di non credere all’importanza della cosa.
—Esagerazioni, esagerazioni—egli diceva.—Le ragazze senza esperienza prendono spesso lucciole per lanterne.
La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.—Ma che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che Leonardo confessa?
—I giovinotti, si sa, hanno l’abitudine di vantarsi.
—Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa quello che ha dichiarato il medico?
—Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa, pigliano tanti granchi a secco.
Finalmente don Luigi si arrese all’evidenza. Gli dispiaceva, proprio da galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran più tenuti nel conto d’una volta.... E poi era un affare difficilissimo;... tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti... senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c’erano le sue obbiezioni, oh se c’erano....
La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava che aveva instillato al contino principii di moralità e di religione, e che non era colpa sua se l’altro non aveva saputo trarne profitto. Insomma perchè lo tiravano in ballo lui? Perchè non lo lasciavano attendere in pace a’ suoi studi?