Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante, supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo durante la sua malattia e così indegnamente ricambiati, dipingeva coi più tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe; Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva la pelle dall’avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch’era invecchiata di più anni in pochi giorni e ch’era sostenuta soltanto dall’idea di giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche.
Quest’era il nembo lontano che ruggiva nei discorsi della contessa, ma di lì a poco tornava il sereno, tornava l’idillio pastorale. Che moglie più amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora più devota, più ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e poi aveva tutto le qualità morali che è lecito desiderare in una ragazza... buona, docile, pia.... Era povera sì, pur troppo, non aveva dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos’è il danaro? Che cos’è la ricchezza?... In quanto alla nobiltà dei Rialdi, nessuno pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era sempre una nobiltà genuina, co’ suoi documenti in regola, non una delle tante che circolano per la piazza.
Ma la parte più commovente delle arringhe della contessa Zanze era quella che si riferiva al nascituro. Ella s’inteneriva al solo pensarci. Lo amava già con tutta l’anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altresì considerare che vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie.... Era forse l’unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle cattive amicizie e ai cattivi esempi.
Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di felicità domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo (e non era cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava ad entrarci, quel disutilaccio.
Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s’appigliava al mezzo migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito più saviamente dicendogli che il matrimonio era una semplice formalità, e che dopo le nozze egli avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli.
Tutto considerato, i maggiori ostacoli all’adempimento del gran disegno della contessa Zanze non venivano nè dal lustrissimo Zaccaria, nè dalla lustrissima Chiaretta. Certo ch’essi non favorivano l’unione da lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa.
Il conte un fondo di gentiluomo l’aveva; egli capiva che il danno recato da suo figlio ai Rialdi non è di quelli che si risarciscano con l’oro, e che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola riparazione possibile....; quantunque fosse lecito sospettare ch’ella avesse una gran parte di colpa in ciò che era accaduto.
La lustrissima non era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacchè per lei non c’era dubbio ch’era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso spargeva lagrime di coccodrillo; ma d’altro lato ella s’era tanto avvezza ad aver intorno a sè Fortunata, a farsene servire come da una cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi all’idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che, realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non l’avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che fumi in casa.
L’avversario più accanito, più formidabile dell’unione fra Leonardo e Fortunata era l’agente generale, sior Bortolo, il quale, tanto per procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori, aveva necessità assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi gli affari della nobile famiglia s’accomoderebbero con un cospicuo matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori, certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi, sior Bortolo non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi scerpellini, i denti guasti e cinquecento mila lire austriache di dote, astrazion fatta da ciò che le spettava alla morte del padre.
Cosicchè, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav’uomo disse aperto l’animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno negli scrupoli. Un ragazzo di vent’anni che seduce una ragazza di diciotto non è più responsabile di lei che s’è lasciata sedurre.... ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza, ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di questo genere si finisse col matrimonio! L’esservi un bimbo per istrada era senza dubbio un impiccio di più, era una disgrazia, ma si poteva vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si hanno degli obblighi verso il paese, verso la società, ed era evidente che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato nè sotto l’aspetto morale nè sotto l’aspetto economico avrebbero prodotto una pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni continuavano a esser cattivi, c’eran sempre batoste nuove, pur troppo, alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene eccellenti in sè, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli interessi dei mutui; alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad ammogliarsi era indispensabile ch’egli facesse entrar di molti quattrini in famiglia. E sior Bortolo concludeva, come per tastare il terreno:—Insomma, sul blasone si può transigere; perchè quello dei Bollati basta per tutti, ma non si può transigere sui danari.