Alleati di sior Bortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi, erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua austro-italica. Per carità non si lasciassero tirar nelle reti dalla Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo più peso di quello ch’essa meritava. Il matrimonio dell’ultimo rampollo maschio dei Bollati con una ragazza nè bella, nè ricca, nè sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi, a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in Venezia, dove non eran più tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto.
Non c’è bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non andavano d’accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda alla sola idea che i Rialdi potessero vincere il loro punto, e urlava che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia avrebbe voluto più condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s’ella fosse stata madre di famiglia, non ci avrebbe più posto il piede. Invece il nobil’uomo Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata, e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S. E. il Patriarca.
Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza frutto, ricorse ad un alleato più energico e scrisse a Gasparo informandolo dell’ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di sua sorella.
XIII.
E Fortunata?
Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente palese, ce lo dirà una sua lettera, ch’ella, di nascosto dei suoi genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.
«Caro Leonardo,
«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna. Ma a poco a poco s’impadronì di me un nuovo sentimento, che dev’essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al cospetto del mondo, mi pare d’esser meno infelice. Quando tu mi dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi; che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avrò qualcheduno da difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua, Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai rammentarti del figlio.
«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell’orecchio, non credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in nome della nostra creatura, io ti amai come s’ama a diciott’anni, senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son povera.