«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur troppo, te ne vuole ancora

«la tua Fortunata.»

Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.

Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue mosse strategiche.

Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al quale l’occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della contessa Zanze, s’egli fosse un uomo o un pampano era mancata assolutamente per colpa della moglie medesima che l’aveva lasciato in disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell’averle sacrificato la sua partita a scacchi al caffè della Vittoria, e per ricompensamelo faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d’ufficio e consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.

Senonchè, in mezzo a tante cure che l’angustiavano, Fortunata andava soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s’affannava a spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso l’uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta in sè stessa, seguiva altre fantasie.—Sarà un maschio? Sarà una femmina? A chi somiglierà?

Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento del sangue, ebbe un impeto di tenerezza che la fece sciogliere in lagrime.

—Misericordia! Che altri malanni ci sono?—esclamò il conte Luca, il quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.

Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:—Povero piccino! povero piccino!

Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt’al più:—No, Fortunata, no, non conviene agitarsi. Il medico te l’ha proibito. Mi spiego?