Gasparo s’era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino all’angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di Mode e Varietà. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all’ultime parole del marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l’amico che s’era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l’altro dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.

Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si tirarono in disparte. Il marchese Ernesto però, antico capitano degli usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più presto glielo permise la sua corpulenza, s’appoggiò coi pugni alla tavola, e disse:—Was wünscht der Herr Offizier? Ja... Che desidera?

—Io?... nulla—rispose Gasparo sforzandosi d’esser calmo.—Anzi mi dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire solamente....

—Ah, foleva dire qualcosa? Bitte... Prego... Parli....

—Volevo dire che bisogna mancar d’ogni gentilezza d’animo per scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un’idea....

Bitte... Prego... Der Herr... Il signore difende i Pandiera?... Ach sehr gut... Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....

—Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l’esser ufficiale della marina austriaca non me ne toglie il diritto, che l’insultare alle tombe è viltà.

Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più del solito.

—Viltà?... Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?... Dice a me questo?

—A lei, a lei.... O a chi dunque?