—Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... mich herausfordern... ach ja... provocare... provocar me, marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a speculazioni matrimoniali di sua famiglia....

—Lei mente, lei è un codardo—urlò Gasparo Rialdi fattosi livido all’atroce ingiuria.

E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen se i presenti non si fossero interposti a tempo.

Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il conte Gasparo Rialdi si trovarono l’uno di fronte all’altro su una striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora alla perfezione le finezze dell’arte, ma il Rialdi era più svelto, più risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l’avversario alla spalla destra e gli fece cader l’arma di mano.

Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe dovuto spazzar via l’ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto tutto contrario alle previsioni.

E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata sempre intollerabile, ma adesso era più uggiosa che mai, dacchè s’era scoperto che, dietro a tanto fumo c’era pochissimo arrosto, e che i famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava affatto. Siccome però i creditori non avevano l’opinione del signor marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl’impegni contratti dinanzi a un tavolino di roulette o di faraone, così le citazioni fioccavano, e raggiungevano l’illustre viaggiatore anche di qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e bevuto in cucina, deponevano per poco l’usata albagìa, e ne raccontavano di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della nobile Herrschaft era stato quello di procurarsi danaro. La servitù dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la nobile Herrschaft fosse costretta a tornarsene indietro con le mani vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il lustrissimo Zaccaria, per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall’agente generale, sior Bortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai l’ingegnoso amministratore era a corto d’espedienti, e non ci teneva punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti dicendo ch’era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un bifolco, e che quel sior Bortolo era un ladro, e ch’era tempo di vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi. Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de’ suoi parenti, ebbe a confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso del proprio genero. Il lustrissimo Zaccaria aveva su per giù la medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato ferito—Auff—borbottò fra i denti—se la ferita lo guarisse dalla petulanza!

E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima, d’intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli l’etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo, onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola, e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da un’altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe stato capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali. Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto, si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro. Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.

Al contino veniva la pelle d’oca al pensarci, e la notte successiva al duello fu per lui una notte d’inferno. Si voltava e rivoltava fra le lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore. Peggio poi se pigliava sonno un momento. L’assalivano subito tetre visioni, gli pareva d’essere infilzato come un capo di selvaggina, e si svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di là per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato nelle viscere. Allora, un po’ più calmo, cercava di persuadersi che Gasparo Rialdi non l’avrebbe mica aggredito per la strada come un volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e la comunicò ai genitori.

—Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di sposar Fortunata. Ho degli obblighi.

Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso, perchè fino allora il contino non s’era mostrato così soggetto agli scrupoli.