—Ta, ta, ta, ta—disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria—meno furia, ci siamo anche noi.... E com’è che fino a pochi giorni fa il signorino protestava di non volersi ammogliare nè adesso, nè mai, nè con la cugina, nè con la figlia dell’imperatore del Mogol, se, puta caso, ella fosse venuta da queste parti?

—Io volevo liberarmi dalle seccature di sior Bortolo che s’impuntava a darmi la sua Vinati.

—Di quella non si parla—interruppe la contessa Chiaretta—non è neanche nobile.

Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C’era di mezzo il decoro della famiglia, e conveniva rinunziarci.

—Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio cognato—seguitò Leonardo.

—Oh quelle lì—disse il conte—sono in mente Dei. Il marchese mio genero non fa che citarle a memoria dall’almanacco di Gotha.... Del resto—soggiunse il nobiluomo con maggiore solennità—è fuor di dubbio che l’unico rampollo maschio d’una famiglia come la nostra deve pigliar moglie per assicurare la discendenza.

—Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata.

—Adagio, Biagio—ripigliò il conte Zaccaria.—Il matrimonio d’un Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant’anni addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....

—E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le figliuole—esclamò la signora Chiaretta.

—Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche...—soggiunse il conte moderando un poco l’intonazione pomposa del discorso.