—Sarebbero venute anche adesso—disse la moglie—senza questi scandali, senza questa condotta indecente.—Indi rivolgendosi a Leonardo—Vergogna! Sei la rovina dei Bollati.

Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. Sior Bortolo, chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s’era accorto che le sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel contino Leonardo, s’era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Già, esclusa la Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.

—Mi pare,—disse il conte Zaccaria, quando l’agente generale s’accommiatò,—mi pare che sior Bortolo alzi la cresta.

—Pare anche a me,—rispose la contessa Chiaretta.

Il fatto si è che sior Bortolo aveva ormai messo da parte un bel gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro Eccellenze.

Ammutolitosi l’agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori dell’unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi più rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V. con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli amici.

Però il matrimonio si celebrò quasi clandestinamente, tra gli epigrammi dei maligni e le mormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di casa Bollati. Nè regali, nè fiori, nè componimenti in verso o in prosa. Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu costretto a rinunziare alla stampa d’un altro capitolo della sua opera colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.

L’unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta felicità era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di più? Contro le nuove prove che l’aspettavano le pareva di esser forte abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in quel Dio ch’ella oggi ringraziava dal fondo dell’anima pel bene che le aveva concesso.

Fatto si è che tutti gli altri, qual più, qual meno, avevano la faccia scura.

Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche dopo ammogliato, s’arrabbiava già con se medesimo d’aver così docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo dell’umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinità della festa e più ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell’illustre famiglia e riuscirvi solamente quando l’illustre famiglia minacciava d’andar in rovina, era proprio un’ironia della sorte! La contessa Zanze si sfogava col marito e gli diceva all’orecchio durante la cerimonia:—Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi Dio voglia che non siamo alla vigilia del patatrac.... Se almeno foste nell’amministrazione!—Tacete,—rimbeccava il consorte.—Voi parlereste anche sott’acqua. Non siete mai contenta, voi.