E ormai cadevano come foglie secche le ultime illusioni di Fortunata. La campagna aveva esercitato un’azione pacificatrice sul suo spirito, aveva avuto la virtù di attutire in lei le impressioni spiacevoli, di render più intense le impressioni gioconde. E poi la piccola Margherita era tanto sorridente, pareva tanto felice di trovarsi all’aria aperta, in mezzo all’erba, agli alberi, ai fiori, che la tenera madre non aveva tempo da pensare ad altro, nemmeno all’abbandono del marito, nemmeno alla povertà minacciosa. Oggi la scena era cambiata. La bimba non sorrideva più, e perdeva il suo bel colore di rosa, e piagnucolava pei geloni, e mostrava di non comprendere, senza poterlo dire ancora, perchè l’avessero condotta in quelle stanze fredde e melanconiche invece di lasciarla dov’era. La bimba non sorrideva più, e Fortunata, priva di quel sorriso attraverso il quale le cose le erano apparse tinte d’una luce gaia, si trovava a faccia a faccia con la nuda realtà, e guardava paurosamente all’avvenire. Che sarebbe di lei, che sarebbe della sua creatura?

Tentar di scuoter Leonardo, richiamarlo alla coscienza dei suoi doveri, era impresa disperata. Testimonio, consapevole o no, d’una rovina che del resto nessuna forza umana poteva evitare, il giovane conte Bollati s’abbrutiva ogni giorno peggio nei vizii, e per resistere alle preghiere e ai buoni consigli trovava un’energia che non aveva mai trovato per fare il bene. Guai se sua moglie gli rivolgeva un’esortazione, un rimprovero, guai s’ella rimaneva alzata ad aspettarlo quand’egli tornava a casa nel cuor della notte! Egli la colmava di improperi e si scagliava contro quelle santocchie che con le loro finzioni di tenerezza e i sospiri e gli sdilinquimenti e le arie da vittime cercano di dettar la legge agli uomini e di condurseli dietro come cagnolini. Non l’avevano ancora capita ch’egli voleva esser libero? Non avevano capito che s’era tenuto una stanza separata da quella di sua moglie e della bambina appunto perchè intendeva andare e venire quando e come gli piacesse senza render conti a nessuno?

Dopo un paio di queste scene, Fortunata non osava più farsi vedere, ma d’altra parte ella non poteva pigliar sonno finchè non fosse sicura che suo marito era in casa. E le accadeva sovente, dopo spento il lume, di mettersi a sedere sul letto, col busto avviluppato in uno sciallo, con le orecchie tese, con gli occhi fissi nel buio. Nei silenzi notturni le giungeva distinto dal campanile della parrocchia il suono delle ore, le due, le tre, le quattro talvolta; finalmente ella sentiva aprir la porta dello scalone e Leonardo col suo passo strascicato attraversar la sala ed entrar nella sua camera di cui richiudeva rumorosamente l’uscio dietro di sè. Non c’era dubbio pur troppo ch’egli venisse a fare un’improvvisata alla sua sposa, a dare un bacio alla sua figliuola. Fortunata, singhiozzando, cacciava la testa sotto le coperte.

Intanto, come se le disgrazie fossero poche, la contessa Chiaretta deperiva a vista d’occhio, e quella primavera bisognò per cagion sua rinunziare alla campagna. Ella non aveva una malattia ben determinata; aveva degli accessi di estrema debolezza da cui si rimetteva temporaneamente per ricader poi nella prostrazione di prima. Il medico di famiglia che la curava per amicizia tentennava il capo dicendo:—Non ci vedo chiaro. Tanto può durare degli anni, tanto può morire da un momento all’altro. Non lasciatela mai sola.

Sua Eccellenza, assistita a vicenda dalla nuora, dalla contessa Zanze e da una vecchia fantesca, tirò innanzi sin verso la fine dell’estate continuando ad attribuire ai carbonari tutti i guai pubblici e privati, e lagnandosi col suo padre spirituale monsignor Lipari (il buon canonico di San Marco che aveva favorito il matrimonio di Fortunata e Leonardo) della eccessiva tolleranza dei Governi verso i nemici del trono e dell’altare. Ma quando nel giugno 1846 Pio Nono salì al Pontificato e un mese dopo la sua elezione promulgò l’amnistia pei delitti politici, la contessa Chiaretta non potè resistere a questo nuovo colpo, e prese commiato da un mondo ove l’ordine naturale delle cose era sconvolto e i patrizi veneti andavano in rovina e i Papi facevano all’amore coi rivoluzionari.

Lo scarso numero di gondole che seguirono al cimitero il feretro della defunta dimostrò a luce di meriggio quanto in basso fossero caduti i Bollati. E pensare che ott’anni prima mezza Venezia era accorsa ai funerali del conte Leonardo!

—Buffoni!—brontolava Sua Eccellenza Zaccaria prendendo nota dei pochi ch’eran venuti e dei molti ch’eran mancati.—Credono che non siamo più quelli d’una volta. Come resteranno intontiti quando principierò a mettere in circolazione l’oro della mia miniera!

Con questa fissazione in testa, il conte Zaccaria non ebbe campo di sentir troppo profondamente la perdita ch’egli aveva fatta. Solo esternava il rammarico che sua moglie non fosse vissuta abbastanza da veder rifiorire le condizioni economiche della famiglia. Invece Leonardo, che si rideva della miniera paterna, provò lo sbigottimento che i pusillanimi provano sempre allo spettacolo della morte. Dalla finestra egli accompagnò con lo sguardo il funebre corteggio che usciva dal portone del palazzo per avviarsi alla chiesa; poi si rannicchiò pallido e smarrito presso la moglie che, interpretando quell’atto come un segno di resipiscenza e rasciugandosi le lagrime che le sgorgavano sincere e abbondanti dal ciglio,—Oh Leonardo—gli disse—per la memoria della tua povera mamma che adesso è lassù a pregare per noi, per amor di questa bambina innocente che è pur figlia tua, fa senno, Leonardo. Se è proprio destinato che la miseria debba picchiare alla nostra porta, pazienza.... Vogliamoci bene almeno noi che siamo rimasti al mondo, viviamo l’uno per l’altro, e tutte le privazioni ci parranno lievi.... Credilo pure, la vita che fai non può darti alcuno soddisfazione, non può che rovinare la tua salute.

Quest’era l’argomento che poteva colpire di più un uomo come Leonardo. E infatti per alcuni giorni, fosse effetto delle parole di Fortunata, fosse l’impressione del lutto recente, egli sfuggì i soliti amici e passò la maggior parte della giornata in casa, contentandosi, miracolo davvero nuovo per lui, di uscir tre sere di seguito in compagnia della moglie. Senonchè le abitudini dissolute hanno fra gli altri guai anche questo, che chi vuol levarsele d’addosso deve non solo combattere le sue inclinazioni, ma deve pur rassegnarsi a soffrire per qualche tempo cento piccoli acciacchi sinchè il corpo si avvezzi al cambiamento di stato. Leonardo, uso a cercare un vigore fittizio nelle bibite spiritose, uso a respirar l’aria viziata ma calda delle osterie e delle alcove, provava un malessere indefinibile, un senso di spossatezza, di freddo, di cui non riusciva a liberarsi. Se si guardava nello specchio, si sgomentava della sua tinta terrea, dei suoi occhi infossati, delle sue guancie cascanti; gli pareva di sentirsi vecchio e attribuiva alla breve astinenza quello ch’era effetto del lungo libertinaggio.

Uno de’ suoi compagni di stravizzi, vistolo una mattina per la strada, gli corse dietro, e battendogli sulla spalla—ehi Bollati—gli disse—come va?... Hai fatto divorzio dal mondo... Capisco... la perdita della madre... È una gran disgrazia... ma che farci? siamo tutti mortali, e i vecchi bisogna che se ne vadano prima dei giovani.... Tu però... non ci avevo badato... hai l’aria molto patita, sai?...