—Il figlio, ch’è in marina, si farà strada....

—L’ufficiale? Sì, è un giovane d’ingegno, ma una testa calda, una testa calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al Casino?

—Quella volta se non c’era qualche santo che lo proteggeva l’andava a finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione?

Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente le cariatidi del Caffè Suttil.

—Quella è gente buona da mettere in museo—egli diceva—gente che non capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai, tutti, senza eccezione....

I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre più grossi, e dall’Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di piazza. Il nome d’Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rétori, era oggi sulle labbra del popolo e non significava più una memoria, ma una speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d’opere virili. E l’amore di patria portava seco come natural conseguenza l’odio contro il dominio straniero. Palesemente ove non c’eran gli Austriaci, velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d’una prossima alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl’Italiani si contavano, e già pareva loro d’esser tutti soldati per la guerra santa. I muri si coprivano d’iscrizioni di Morte ai Tedeschi.—W. l’ItaliaW. Pio Nono; strana eppur quasi universale illusione che associava l’idea del riscatto al nome d’un Papa. E anche Venezia, accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d’argomenti sociali ed economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un pretesto per inneggiare alla libertà, e il Congresso dei dotti raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale servì a stringer saldi legami di pensiero e d’affetto tra i migliori uomini della Penisola.

Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue faccende private, vedeva un’intima relazione tra le riforme politiche, la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l’esercizio della non meno immaginaria miniera; ma quest’era ancora il meno peggio perchè gl’impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il guaio serio era l’inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere, stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e s’irritava delle difficoltà che gli attraversavano la via, del modo sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto l’impressione di queste ripulse egli s’esaltava fuor di misura, e Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di vederla.

Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de’ due affari che gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione, dicendo, a proposito di quest’ultima, che voleva sollecitare il Papa a rispondergli. E invero dall’agosto 1840 al novembre 1847 c’era stato tempo d’avanzo a maturar la risposta.

Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto, mentre Margherita, ch’era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli s’arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, un confetto e una storia. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.

Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi, impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con le fantasie del suo cervello malato, raccontò d’un re e d’una regina che avevano una bimba bella come il sole, e d’un mago che aveva trovato dei filoni d’oro e con quell’oro aveva fabbricato una casa per mettervi dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....