La contessa Zanze e la contessa Ficcanaso si facevano mille moine, ma in fondo non si potevano soffrire. E quel giorno poi a trovarsi appaiato nella stessa mortificazione provavano una stizza grandissima.—Che vogliano levarsi dai piedi la Ficcanaso—pensava la contessa Zanze—questo si capisce, ma un trattamento simile a me, che sono della famiglia!—E l’altra diceva in cuor suo:—Facciano quante asinerie vogliono a una parente povera; chè già quella è una vera mignatta, ma usino i dovuti riguardi a una persona del mio grado.
Malgrado del disprezzo reciproco, è probabile però che le due contesse si sarebbero sfogate a sparlar dei padroni di casa se la presenza di don Luigi non le avesse tenute in riga. E sì che don Luigi della roba sullo stomaco ne aveva anche lui, e aveva una voglia di dirne quattro! Per San Filippo Neri! Un sacerdote par suo, un letterato, il precettore del padroncino, il cappellano della famiglia, cacciarlo in un angolo come se fosse una spazzatura, come se si vergognassero di lui! E si vantavano d’esser gente devota alla Chiesa! Queste cose don Luigi le aveva sulla punta della lingua, ma non le diceva per paura degli altri, e specialmente di quelle femmine chiacchierone. Così, per darsela ad intendere a vicenda, il prete e le due signore andavano a gara nel levare a cielo la bellezza degli addobbi, il buon gusto dei ristauri e lo sfarzo con cui si faceva tutto in casa Bollati, e solo di tratto in tratto si permettevano qualche osservazione a carico dell’una o dell’altra fra le dame raccolte nel geniale ritrovo. Erano allusioni velate, erano suggestioni piene di carità evangelica, erano timidi dubbi seguìti dall’onesta frase: Non bisogna credere alle cattiverie del mondo;—erano lamentazioni generiche sul pervertimento dei costumi e sulle gravi conseguenze della vanità.
Nè il conte Luca, nè Fortunata prendevano parte a siffatte mormorazioni. Il conte Luca non aveva fiele, e per lui, a metterlo in disparte, gli facevano un piacere fiorito, chè alla società egli non si era mai potuto avvezzare, e della Regata non gliene importava un’acca, e sarebbe rimasto ben volentieri a casa sua, davanti alla scacchiera, l’unica passione della sua vita, a studiarvi un problema intorno al quale ammattivano da più giorni gli avventori del caffè alla Vittoria. In quanto a Fortunata, ch’era una ragazzina timida e sbiadita di dodici anni e mezzo, non le veniva neppure in capo di lagnarsi del posto che le avevano assegnato. Di dove era, allungando un po’ il collo, ella vedeva benissimo il Canal Grande, vedeva perfino le signore che si facevano fresco sul poggiuolo d’un palazzo prospettante il palazzo Bollati.
Sotto la sua finestra poi, all’imboccatura del rio, c’era un grosso battello che serviva a sbarrare il passaggio (come s’usa nei giorni di regata), ed era pieno di gente allegra, uomini, donne, fanciulli che ingannavano il tempo mangiando semi di popone e disputando romorosamente intorno all’esito probabile della gara. C’erano due partiti. Gli uni tenevano per Tita Oliva, gli altri, meno numerosi, per quel Nane Sandretti detto Bisatto ch’entrava in regata per la prima volta. Tita, come sappiamo, era il gondoliere di casa Bollati, e quando lo si nominava, tutti gli occhi si alzavano verso la finestra a cui era affacciata la ragazza Rialdi.
Il cuore di Fortunata batteva anch’esso per Tita, ch’era sempre gentile con lei e che la chiamava padroncina. Nel venir a palazzo essa lo aveva incontrato per istrada già vestito da regatante, con la sua fascia rossa intorno alla vita, l’aveva incontrato insieme con tre o quattro altri compari, ed egli aveva salutato rispettosamente lei, il conte Luca e la contessa Chiaretta, e aveva detto:—Adesso si va col gondolino ai Giardini, e speriamo bene.
Come la Fortunata gli augurava il trionfo! Come si sentiva inclinata verso quelli che parteggiavano per lui, come l’indispettivano i fautori di quel Nane Bisatto che aveva la petulanza di venir a lottare coi provetti!
Un fremito di voci umane, un rumore crescente di applausi annunziò l’avvicinarsi delle gondole di Corte, le quali, precedute e seguìte dalle bissone, facevano il giro del Canal Grande prima che i gondolini della regata si mettessero in moto. Il corteggio passò e ripassò come un lampo davanti al palazzo Bollati, dove le signore sventolavano i fazzoletti e gli uomini gridavano con quanto fiato avevano in corpo: Viva l’Imperatore, viva l’Imperatrice! È utile rammentare a questo proposito che, quantunque anche in quel tempo vi fossero in Venezia uomini gagliardi e generosi pronti a versare il loro sangue per l’indipendenza della patria, e non mancassero gli affigliati alla Giovine Italia, la grande maggioranza della popolazione accettava rassegnata il dominio austriaco e applaudiva i Sovrani col solito entusiasmo della folla per tutto ciò che brilla ed abbaglia.
—Viva, viva!—strillava Fortunata con la sua vocina. E continuava, rossa dall’emozione:—Ah, ecco l’Uscocca, ecco l’Uscocca.... Mamma, babbo, presto, guardate Leonardo.... Come sta bene!
In ginocchio sulla prora della sua svelta ed elegante bissona, sotto un baldacchino tutto veli e frangie inargentate, il contino Bollati animava i rematori col gesto e con la voce, e pareva un antenato di sè medesimo alla battaglia di Lepanto.
—Ah!—seguitava la fanciulla in preda a un nuovo parossismo d’ammirazione.—E quella è la lancia del collegio di marina... ci dev’esser Gasparo lì dentro... sì, sì... eccolo là.... Babbo, mamma... non lo vedete?... È lui che governa il timone....