—Sì, sì, cara—rispondevano i genitori—non spingerti tanto fuori dal davanzale.
Gasparo era il fratello maggiore di Fortunata, allievo dell’Accademia di marina, e prossimo a uscirne cadetto.
La fulgida visione disparve, e di lì a poco s’intese il cannone che annunziava la partenza dei regatanti dalla punta dei Giardini pubblici. Un lungo mormorio corse attraverso la folla accalcata sulle due rive del Canalazzo; poi si fece uno di quei silenzi solenni in cui si sente palpitare il cuore d’un popolo. Oggi scaduta dalla sua importanza, la regata era fino a trent’anni fa lo spettacolo favorito dei Veneziani. A ogni modo, essa era ed è sempre lo spettacolo popolare per eccellenza. La lotta dei gladiatori in Roma antica, la corsa dei tori in Ispagna trovano forse una maggior partecipazione in tutte le classi sociali, ma nessuna festa scuote più vivamente le fibre della moltitudine. Quanto tempo prima se ne discorre nei traghetti, per le osterie, nelle case, nei trivii, quanto tempo dopo si continua a parlarne! E il giorno della prova, mezza Venezia si spopola per riversarsi sull’altra metà. La gente s’insacca nelle barche, nelle peate, nei battelli d’ogni forma e misura, fa ressa sulle fondamenta, paga volentieri qualche soldo per assicurarsi una seggiola o un posto sopra qualche panca, o s’arrampica sugli sporti delle fabbriche, sull’inferriate delle case, sui piedestalli dei candelabri, o s’addensa dietro le spallette del ponte di Rialto, la cui mole maestosa e severa sembra acquistare il moto e la vita a quell’ondeggiamento di teste. E in quel giorno più che mai il popolo è superbo della sua Venezia, e s’inebbria in quel tripudio di colori e di luce onde ogni cosa s’anima e si trasfigura, dal freddo marmo dei palazzi gotici, arabi, lombardeschi, barocchi, alle carni pastose e alle fulve o brune chiome delle donne e delle fanciulle.
Ma ecco nuovamente venir di lontano un rumore che somiglia al muggito del mare, ecco una viva ansietà dipingersi nei volti, ecco tutti gli sguardi tendere a un punto.
—Son vicini...
—Son qui...
—Chi è il primo?
—Non si capisce.... C’è il sole che confonde la vista.
Il conte Zaccaria, gonfio e pettoruto pel bel successo della sua Uscocca, aveva annunziato come cosa sicura a’ suoi ospiti che il primo sarebbe stato il gondolino rosso N. 6 a poppa del quale vogava il suo Tita Oliva. Ma, ohimè, il gondolino N. 6 non era che il secondo, e anche questo secondo posto gli era fieramente contrastato dal gondolino viola N. 4; l’uno e l’altro poi erano preceduti d’un buon tratto dal gondolino celeste N. 8, su cui si trovava il formidabile Nane Bisatto. I gondolini 5 e 7 si disputavano il quarto premio, gli altri, ormai disperati di riuscire, venivano dietro lentamente a grande distanza.
—Non è deciso nulla—disse il conte Zaccaria facendo di tutto per nascondere il proprio dispetto.—Riderà bene chi riderà ultimo.