—Lo sapete? Sempronio è morto!
—Diavolo, diavolo!—dice Tizio.—Come mai? Se ieri era sano come un pesce?
—Ma! L’apoplessia lo ha colto questa mattina e alle tre era spirato.
—Corpo di bacco!... Mi dispiace assai,—soggiunge Caio.
Anche Marco manda un sospiro al perduto amico:
—Povero Sempronio! È proprio una disgrazia.... Accuso tre assi senza denari.... E dove stava di casa?
Ebbene, si capisce senza difficoltà come ogni fatto pubblico il quale alteri l’andamento normale della vita cittadina debba sciogliere queste relazioni così superficiali quantunque così espansive. Figuriamoci poi un fatto dell’importanza della rivoluzione del 1848. Chi fu sbalestrato di qua, chi di là: fu come se un cataclisma gettasse tutti gli astri fuori della loro orbita. Non c’è dubbio che dal nuovo caos uscirebbe una nuova armonia e i corpi celesti prenderebbero un altro cammino regolare; è probabile però che qualche astricino più tardo a disciplinarsi andrebbe alquanto vagando alla ventura per cascar poi a guisa di bolide Dio sa in che luogo. Nel 1848 gli uomini ch’entrarono nel movimento politico, che si posero sul serio al servizio del paese trovarono presto un nuovo equilibrio: quelli, che, senza curarsi dei tempi mutati, vollero continuar le abitudini frivole di prima, si aggirarono come fantasimi smarriti in un mondo che non li intendeva e ch’essi non intendevano più.
Eccoci dunque, per una strada un poco lunga, tornati al nostro Leonardo. La sua compagnia di farabutti e viziosi s’era, dopo il 22 marzo, dispersa; alcuni, cosa strana a dirsi, erano partiti pel campo, altri s’erano rintanati brontolando. Nella bettola ov’egli consumava metà della notte e ove l’ostiere fino al 22 marzo serbava a lui e alla sua brigata una tavola a parte, ora gli toccava sedere in mezzo a sconosciuti che parlavano della guerra, di Manin, di Carlo Alberto, di Pio IX, urlando come ossessi e minacciando talvolta, nel calore della discussione, di rompersi i bicchieri in faccia. È vero che per lo più le dispute ci calmavano, le voci irose si raddolcivano e si fondevano in un inno patriottico. Ma Leonardo Bollati non ci si divertiva punto; lì solo, dimenticato in un angolo, egli non ci trovava più gusto nemmeno a ubbriacarsi. E anche le donne gli parevano cambiate, perfino quelle che, ordinariamente, non hanno opinioni e non si curano delle opinioni altrui. Nossignori, adesso anche loro avevano l’aria di guardarlo d’alto in basso, di rimproverargli la sua inerzia; lasciando stare poi le preferenze ch’esse accordavano ai militari, agli elmi, ai grandi mantelli bianchi, ai pennacchi e ai lustrini....
Sotto l’influenza di quest’uggia che gli si era cacciata nell’ossa, Leonardo Bollati tenne alla moglie il discorso ch’ella aveva timidamente riferito al fratello. Leonardo vedeva della gentuccia salita ai primi onori; possibile che non ci avesse a essere un buon posto per lui che aveva un nome inscritto nel Libro d’oro della Repubblica di San Marco? Anche dei giovani patrizi, di nobiltà meno antica della sua, erano entrati negli uffici pubblici, dispensavano grazie e protezioni; ed egli riteneva d’aver il diritto d’esser messo al livello di costoro. In quanto al genere dell’impiego, Leonardo non aveva precisato nulla; gli bastava un impiego decoroso. E non aveva escluso a priori neppur gli impieghi militari; poichè egli non amava la guerra, ma ci avrebbe pensato su prima di rifiutare una carica di generale o di colonnello con residenza a Venezia.
Il lettore si sarà accorto che fra le idee di Sua Eccellenza Leonardo Bollati e quelle del cognato Gasparo Rialdi c’era un dissidio bastevole a mettere a repentaglio il buon successo delle negoziazioni aperte da Fortunata. E infatti quelle negoziazioni fallirono. La proposta di andar a rischiar la pelle come soldato semplice parve a Leonardo un’ingiuria atroce e si sfogò con la moglie a dir corna di Gasparo e di tutti i Rialdi, ch’eran vissuti di carità alla sua tavola e che adesso eran montati in superbia perchè avevano il vento in poppa. Sciocco lui a fidar sul loro aiuto; doveva pur ricordarsene che i Rialdi erano stati una delle piaghe della sua famiglia! Non voleva veder più nessuno di quella brutta gente, neppur lei che già valeva quanto gli altri e non sapeva far di meglio che venirgli a piagnucolare davanti. Ell’aveva fatto benone a tornar presso i suoi genitori; ci stesse e non lo importunasse con le sue visite.