Leonardo non pensò più ad avere un impiego; bensì, riordinandosi allora la guardia civica, egli prese l’eroica risoluzione d’iscrivervisi, e, perchè il nome della sua casa non aveva ancora perduto ogni autorità nel circondario, riuscì a farsi elegger tenente della sua compagnia. Veramente egli aspirava al grado di capitano, ma questo fu conferito ad un pizzicagnolo ch’era stato militare sotto l’Austria. Per un altro uomo che fosse stato soltanto disoccupato ed inerte, quella nomina avrebbe potuto considerarsi una fortuna, chè, o poco o molto, c’era anche nella guardia civica qualche cosa da fare e qualche pericolo da correre. Per Leonardo Bollati fu una nuova disgrazia. Voleva svergognar i superiori, confonder gli uguali, accattivarsi l’animo dei militi, e per ottener quest’intento gli occorreva scialar da gran signore e pagar da bere alla compagnia, nè potendogli bastare all’uopo il suo magro assegno aggiungeva debiti a debiti. Come poi un oberato trovasse dei gonzi che gli prestavan danaro, quest’è uno dei tanti misteri dinanzi a cui gl’ingenui devono chinar la fronte in silenzio. Un povero galantuomo che una volta in vent’anni chieda al sarto un mese di respiro per saldargli il conto, sentirà rispondersi con mali modi; un fallito che abbia mangiato un milione del proprio e due milioni di quello degli altri potrà ancora imbattersi in uno strozzino di buona volontà che gli dia qualche migliaio di lire.

Insomma Leonardo, alquanto rimpannucciato in quella sua divisa di tenente, tornò ad aver quattro soldi in tasca, ciò che gli permetteva, quand’era di servizio, di far portare in corpo di guardia dei boccali di vino e dei polli arrosto che rinfocolavano il patriottismo dei sott’ufficiali e dei gregari.

Di giorno il quartier generale del nostro tenente era l’osteria Alla Venezia risorta, condotta da Oreste Meolo, gran ritrovo dei politicanti di Cannaregio. Là si sapevano tutte le novità, si dibattevano tutte le opinioni, si giudicavano tutti gli uomini, e le dispute si facevano tanto più calde e romorose quanto più gli affari accennavano a intorbidarsi; nè ci voleva meno che la calma olimpica e l’imperturbabile ottimismo del signor Oreste per quetar gli spiriti degli avventori.

In mezzo alle loro grida, alle accuse di tradimento ch’essi scagliavano oggi al Papa, domani a Carlo Alberto, o al Borbone, o al Durando che non correva in aiuto dei volontari, il signor Oreste con la sua faccia serena, con la sua voce melliflua sorgeva a dire:

—Mi lasciano esporre il mio debole parere?

E il suo debole parere era questo. Le cose non si dovevano guardar nei loro particolari, ma nell’insieme. E dall’insieme risultava chiaro come il sole che si camminava a gran passi verso una compiuta vittoria. Se lo lasciavano dire, ne darebbe la prova.

—Sì, sì,—interrompeva qualcheduno,—bel principio. Intanto gli Austriaci vengono avanti.

—Meglio,—diceva il signor Oreste,—così si piglieranno tutti in una volta.

—Uhm! E Durando che non si muove mai?

—E il Papa che volta casacca?