—E Carlo Alberto che sta a guardare i Tedeschi sul Mincio?

—E Ferdinando che richiama i suoi soldati?

—Fidarsi dei Re!... Tutti traditori, tutti bricconi.

—La ghigliottina ci vuole, ecco il rimedio.

—Sangue, sangue....

Pare impossibile la quantità di sangue che domandano agli altri quelli che non sono disposti a spargerne una goccia del proprio!

Il signor Oreste non aveva ancora potuto svolgere il suo concetto, ma, presto o tardi, trovava il modo di farsi sentire.

—M’ingannerò, ma per me queste ritirate, questi voltafaccia non sono che finte, tranelli per adescare il nemico. Perchè, signori, se l’Italia non dovesse pensare che a sè direi anch’io: S’è sbagliata strada. Bisognava gettarsi subito sui pochi Austriaci ch’erano rimasti nel Lombardo-Veneto e impedire che ne venissero giù dei nuovi dall’Alpi e dall’Isonzo. Ma l’Italia, signori, ha degli obblighi, dei grandi obblighi. Si tratta di distruggere l’Austria, si tratta. Ora mettiamo che i Piemontesi, i Papalini, i Napoletani, fossero tutti marciati subito verso la frontiera, è evidente che quelli di Vienna non avrebbero avuto coraggio di spedir altre truppe in Italia. Noi avremmo fatto prigioniero Radetzky e i suoi reggimenti, ma il grosso dell’esercito sarebbe rimasto sano e salvo a casa propria. Invece, lasciando sguarniti i confini, vengono ad uno ad uno a cader nell’agguato, Nugent, Welden, d’Aspre e tanti nomacci simili che il diavolo se li porti. E un bel giorno, quando tutte le forze austriache si son calate quaggiù, i Piemontesi da una parte, i Romagnoli e i volontari dall’altra, te li prendono in mezzo e fanno una frittata. Non ce ne deve tornare di là dai monti uno solo. Questo è il mio debole parere. Che ne dice il nostro tenente?

Il nostro tenente, ch’era il N. H. Leonardo Bollati, arricciava il naso a sentirsi trattar con questa confidenza dal suo antico cuoco, ma eran tempi democratici e conveniva adattarvisi. Del resto il nostro tenente non aveva opinioni ben determinate circa all’andamento probabile della guerra, ed era disposto ad accettar le opinioni del signor Oreste.

Qualcheduno domanderà se la clientela della Venezia risorta fosse composta d’idioti o di sonnambuli a cui si potesse spacciar queste fanfaluche; il fatto si è che il debole parere del signor Oreste era nel 1848 anche quello di persone intelligenti, le quali, nel loro santo entusiasmo per la causa dell’indipendenza, avevano finito collo smarrire ogni lume di critica. Ciò non vuol dire che tutti gli avventori s’acquetassero allo sentenze spropositate dell’oste, ma i più gli porgevano ascolto benevolo, ed egli, con la sua tattica, mostrava d’intuire due grandi verità: che gli uomini credono sempre volentieri a quello che desiderano, e che a conciliarsene l’animo non c’è mezzo più efficace che accarezzar le loro illusioni.