Con questo grido angoscioso—chi è?—il conte Luca soleva troncare o interrompere le sue querimonie, chè bastava il sospetto della presenza di qualcheduno per suggellargli la bocca. E non solo non avrebbe parlato dinanzi a sua moglie che era una pettegola o a suo figlio con cui non aveva mai avuto confidenza, ma gli dava ombra perfino la piccola Margherita. I bambini, si sa, nella loro pericolosa innocenza, son capacissimi di riferir tutti i discorsi che sentono. E il conte Luca faceva giurare a Fortunata che non si sarebbe lasciata sfuggire con nessuno una parola di ciò ch’egli le diceva. Ella ubbidiva, e la sua mente inclinata a tristi pensieri prestava facil credenza alle terribili profezie paterne e già precorreva le stragi, gl’incendi, la rovina ultima di Venezia.
Intanto l’anno 1848 finiva, per la causa liberale, in Italia e fuori d’Italia, in modo ben diverso da quello in cui era cominciato. La discordia aveva pazzamente agitato la sua face nel campo di coloro che parevano scesi a combattere sotto la stessa bandiera. Da una parte gl’indugi fatali, i tentennamenti colpevoli, le aperte fellonie; dall’altra gli eccessi del linguaggio e le violenze degli atti.
Nondimeno nei primi mesi del 1849 una lieta notizia riconfortò i patriotti della nostra penisola; il Piemonte riprendeva le armi. Ma la gioia durò poco, e la tragica giornata di Novara ripiombò l’Italia nel lutto. Gli Austriaci, sicuri alle spalle, potevano ormai converger le loro forze contro i ribelli. Il 26 marzo, tre giorni dopo la disfatta dell’esercito di Carlo Alberto, il feroce Haynau, nome esecrato dalle madri lombarde e magiare, dal suo quartier generale di Padova, intimava la resa a Venezia. E il 2 aprile, Venezia, col voto unanime dei suoi rappresentanti raccolti nello storico palazzo dei Dogi, decretava la resistenza a ogni costo. Santo e nobile voto che riscattava lunghi anni d’ignavia, ed evocava in quelle aule famose lo spirito della grande Repubblica.
Colpita al cuore dalla tremenda delusione ch’era successa a tanto rifiorir di speranze, la popolazione si riebbe all’annunzio del fiero decreto. Era un’ebbrezza simile a quella del marzo 1848, ma meno teatrale, ma più virile, più degna d’uomini preparati a morire. Simbolo della lotta ad oltranza, non emblema di funeste divisioni sociali, il nastro rosso comparve alla bottoniera degli abiti, la bandiera rossa sventolò sui tetti dei palazzi, sulle cupole delle chiese, sulle punte dei campanili.
E il rimbombo del cannone, dal maggio in poi, divenne la musica pressocchè quotidiana dei Veneziani. Chi, in un giorno di battaglia, udì di lontano quel suono cupo e profondo sa che angoscia esso metta negli animi, che pallore sparga sui volti, e come sospenda, per così dire, in quella crudele trepidazione di tutti, il corso della vita ordinaria. Ma chi, per settimane, per mesi, l’udì da una città assediata sa pure che l’orecchio vi si abitua quasi come a un suono domestico, e che il primo sbigottimento si cambia a poco a poco in un’apatia rassegnata e persino in una spensieratezza gioviale.
Così a Venezia. Il cannone tuonava intorno a Malghera, e tuttavia il popolo conservava il suo umore gaio e il suo spirito caustico; si sarebbe detto talvolta che c’era nella città un’attrattiva di più; onde gli uni si recavano in brigatelle alla punta estrema di Cannaregio a veder i globi di fumo che s’alzavano dalle lunette dei forti, gli altri, dalle specule e dagli abbaini, spingevano col canocchiale lo sguardo fino alle batterie austriache di Campalto e di Mestre.
E quando Malghera, ridotta un mucchio di rovine, fu abbandonata in silenzio nella notte dal 26 al 27 maggio, e la eroica guarnigione, decimata ma non vinta, non doma, fatti saltar i primi archi del ponte, si trincierò fieramente sul piazzale opponendo al nemico una seconda linea di difesa non meno formidabile dell’altra, lo strepito più vicino dell’artiglieria, la coscienza del crescente pericolo non valse ancora ad accasciar l’animo dei Veneziani.
Si sperava a dispetto di tutto: si sperava nella propria costanza, nei soccorsi del di fuori, negli aiuti del cielo; nessuno parlava, nessuno voleva sentir parlare d’arrendersi. Di tratto in tratto la gente s’accalcava in piazza domandando ad alte grida Manin. E Manin, dal balcone delle Procuratie, rivolgeva agli adunati brevi parole, non mendaci, non lusinghiere, ma ferme e virili quali i forti rivolgono ai forti. La folla si disperdeva applaudendo e più che mai risoluta a resistere.
Resistere fino all’ultima cartuccia e fino all’ultimo uomo, dicevano anch’essi i difensori del ponte, imperterriti sotto una pioggia di fuoco. Che importava morire? Quei prodi sentivano che sui pochi metri quadrati dell’angusto piazzale si gettava il seme del futuro. E quel seme era sangue, il più nobile sangue d’Italia confuso insieme in quattro zolle di terra. Con un grido sul labbro, con un affetto nel cuore eran venuti dalle sponde del Jonio e dalle falde dell’Alpi, dalle pianure lombarde e dai clivi toscani, dal golfo incantato di Napoli e dai feraci campi delle Puglie, dalla Romagna indomita e dalla Liguria operosa; eran venuti a dividere i travagli e la gloria dei figli delle lagune; ignoti fino a ieri gli uni agli altri, oggi più che fratelli. E cadevano come spighe mietute stringendosi in un ultimo amplesso, mormorando coi vari accenti d’una stessa favella il dolce nome della patria comune. Onore a voi, valorosi, sia che vi ricordi la storia, sia che, martiri oscuri, vi copra l’oblio! E onore anche a voi, pochi ma eletti, svizzeri, slavi, magiari, che, non nati sotto il cielo d’Italia, pur ci veniste a morire, suggellando col sacrifizio delle vostre giovani vite l’alleanza fra quanti credono nella giustizia e nella libertà!
Ma non lasciamo sbizzarrir troppo la penna. Tra i più intrepidi combattenti di Malghera e del Ponte c’era Gasparo Rialdi. Primo al pericolo, ultimo a chiedere o ad accettare il riposo, a vicenda capitano e soldato, egli comandava ed eseguiva, ora intento a puntare i cannoni, ora a rinforzare i terrapieni, ora ad assistere i feriti. I suoi compagni d’armi lo dicevano invulnerabile. Infatti le palle gli grandinavano intorno senza toccarlo. Una volta un piccolo deposito di polvere scoppiò a pochi passi da lui con un orrendo fragore; dieci uomini stramazzarono al suolo per non più rialzarsi, altri due, rovesciati dall’urto, sorsero subito in piedi tra il fumo e la polvere, pesti, contusi, ma atti a riprendere il loro posto. Uno dei due era Gasparo.