—Ma spiegatevi, in nome del cielo—insistè Girolamo.
Eugenio tirò fuori una lettera dalla tasca del soprabito, e la consegnò a suo fratello.—Leggi: è del professore Varedo.
Con molte circonlocuzioni, Alberto Varedo scriveva da Roma a Bardelli ch'era dispiacentissimo di non poter conservargli il posto di assistente che egli occupava già da due anni. Questi posti destinati a essere un utile tirocinio pei giovani aspiranti all'insegnamento non erano mai dati a perpetuità allo stesso individuo; anzi molti professori ad ogni nuovo anno scolastico prendevano un assistente nuovo. Egli, Varedo, aveva resistito fino allora alle molte sollecitazioni che gli venivano fatte, e se adesso aveva ceduto non era certo per mancanza di stima e d'affezione verso Bardelli alla cui opera efficace si onorava di render giustizia; era soltanto per non incorrer nell'accusa di favoritismo. Sperava che questa deliberazione non sarebbe stata presa in mala parte dal suo valido collaboratore col quale egli si riprometteva di mantenere intatti i rapporti di amicizia personale e di fratellanza scientifica.
—È una bella lettera, non si può negarlo, una lettera che si potrebbe metter in cornice come qualunque diploma—osservò la signora Bardelli facendosi fresco col ventaglio.
L'orefice ripiegò il foglio, lo rimise nella busta e lo restituì a Eugenio, dicendo:—Sì, la lettera è gentile, ma…
—Ma la conclusione si è che ho perduto il posto—continuò l'assistente.—Lo so benissimo che non son posti conferiti a perpetuità, e nemmeno io potevo pretendere di esercitar questo ufficio fino alla consumazione dei secoli. Aspettavo sempre che s'aprisse un concorso a qualche cattedra della mia materia o di materia affine… Quello che mi pesa di più è il modo…. Perchè il professore non m'ha detto niente l'ultima volta che ci siam visti? Perchè, volendo mutare, non ha scelto uno dei giovani usciti dalla nostra Università? Perchè mi dà per successore un certo Quinzani che ha fatto i suoi studi parte a Pisa, parte a Lipsia, e che qui non si conosce punto?…
—Nella lettera non c'è nessun nome—interruppe Girolamo.
—Quest'è il peggio… Il nome l'ho saputo all'Università a cui il professore Varedo l'ha comunicato per le formalità d'uso…. Quinzani! Una assoluta mediocrità che ha pubblicato una memoria insignificante di diritto internazionale… Ma è nipote d'un uomo politico…
La signora Bardelli che aveva la pretesa di esser una donna pratica e positiva rimise in carreggiata la discussione.
—Son chiacchiere vane… Sia uno o l'altro il successore, è lo stesso. L'essenziale è d'intendersi sul quid faciendum. Eugenio crede che ormai sia inutile qualunque passo per far recedere il professore Varedo dalla deliberazione presa.