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«Ho dovuto interrompere la lettera per la visita della signora Marianna Bardelli venuta, povera vecchietta, in mezzo alla neve per sentir notizie di Bebè. Quante me ne ha contate! È piena di fede, di energia, di vivacità, ma ha le sue tribolazioni anche lei. Il suo Eugenio, quello che hai visto a Belgirate, lavora per prepararsi al famoso concorso di Bologna che il Governo si è finalmente deciso a bandire, ma intanto non ha nessuna occupazione retribuita, perchè, come sai, le mie sollecitazioni in favor suo presso Alberto non approdarono a nulla. Il figliuolo scultore accumula nello studio le statue che non vende e s'impunta a voler sposare una modella, nonostante l'opposizione del fratello orefice, il quale, alla sua volta, è aizzato da una vedova inframmettente che cercherebbe di accalappiarlo per sè. E capisco che il possibile matrimonio del suo primogenito con la vedova spaventa la signora Marianna assai più di quello dello scultore con la modella.

Ma sono argomenti che non possono interessarti, perchè, dal mio professorino in fuori, non conosci alcuno della famiglia Bardelli. Il mio professorino buono, ingenuo, entusiasta, quello sì ha conquistato anche te, e son sicura che saresti contenta di saperlo a posto. Io temo invece che, appunto per la sua eccessiva bontà e credulità, egli si vedrà soverchiato da altri che valgono meno di lui. Quando, dopo ciò ch'è successo, lo vedo così fiducioso nell'appoggio di mio marito, rabbrividisco al pensiero dei disinganni che gli si preparano. Peggio poi quando lo sento vantarmi le belle qualità del suo successore Quinzani, una volpe fina che lo sfrutta lisciandolo. In principio, Bardelli guardava con sospetto questo nuovo venuto, non perchè gli serbasse rancore dell'averlo snidato dall'Università, ma perchè temeva, povero grullo, che colui cercasse di soppiantarlo anche presso di me e della bimba. Ci voleva proprio Bardelli per supporre che un giovinotto elegante qual è Quinzani, giunto qui con lettere di raccomandazione per la highlife torinese, perdesse il suo tempo con noi altri due. Quinzani, compitissimo, fa alla moglie del suo professore una visita al mese, manda ogni tanto a Bebè una scatola di dolci di Baratti e Milano, e lascia a Bardelli il gradito ufficio di mettersi a disposizione mia e di giocar con mia figlia. Allorchè Alberto è a Torino, egli viene in casa più spesso, ma io non lo vedo o lo vedo appena, e Bebè nemmeno si accorge della sua presenza. Rassicurato su questo punto, Bardelli gli si è fatto amico, lo scusa, lo giustifica, lo loda perfino. Non è un ingegno originale, questo no, ma è uno che sa il conto suo, ed è un lavoratore indefesso, che ama parlar di studi, provoca le obbiezioni, e, se le trova giuste, le accetta con gratitudine.—Badi a me Bardelli—dico io—badi a me; Quinzani si adornerà delle sue penne e finirà coll'arrivare in porto prima di lei.—Ma quel buon uomo, già te lo immagini, protesta energicamente contro le mie parole e sostiene che gli studiosi devono aiutarsi a vicenda e che quando uno ci espone un dubbio o ci chiede un consiglio non è lecito rispondere con un rifiuto.

«Oh mamma, che lettera ti scrivo! I foglietti si ammucchiano sul tavolino proprio come i fiocchi di neve sul davanzale della mia finestra. E non ho terminato e penso di dedicare a te anche una parte della sera ch'è già cominciata… e non sono ancora le 4!

«La bimba è svegliata e guarda me, e guarda il lume, e mi chiama di tratto in tratto:—Mamma! Mamma!… Non è insistente però, non è noiosa; basta ch'io m'avvicini un momento, che l'accarezzi, ella si cheta subito. E quando le dico:—Scrivo alla nonna. Che cosa mandi alla nonna?—ella che capisce a volo, che capisce tutto, risponde:—Baci.—E con che enfasi pronuncia quella parola baci! Pare che ci metta due ci … Sta benino Bebè e se domani fosse una giornata migliore l'alzerei. Ma c'è poco da sperare. Nevica sempre, nevica più fitto di prima, e non mi stupirei che si dovesse starsene tappate in casa per una settimana. Pazienza! Ce la conteremo con Bebè.

«Io poi mi son rimessa a leggere. E dacchè son discesa di grado e non faccio più la segretaria, nè ho da ingolfarmi nei trattati di sociologia mi sfogo coi libri di letteratura amena. Alberto non ne compra, e mi rimprovera se ne compro io col mio budget particolare, ma io sono abbonata a una biblioteca circolante, e ho inoltre una fornitrice generosissima nella signora Erminia Sali, nata Frigidi, vedova Maranzi, vedova Silveri. Il suo presente marito, professore di filologia comparata, non ha che opere noiose, ma i due mariti precedenti avevano una passione matta per i romanzi, e fra l'uno e l'altro ne raccolsero parecchie centinaia che la moglie ereditò. Io attingo a piene mani in questa grazia di Dio, e così mi metto al corrente e faccio intima conoscenza con quegli autori che le mamme savie non permettono alle loro figliuole. Ho divorato quasi tutto Zola, e Guy de Maupassant, e Bourget… Non aver paura, mamma, che le letture mi corrompano. Credo di non esser nè sentimentale, nè sensuale, e l'adulterio, in qualunque salsa lo condiscano, è una vivanda ripugnante al mio stomaco. Aggiungi che appena alzo il naso dai libri immorali, non vedo che manoscritti e riviste e volumi stillanti austera virtù. Basterebbe il primo tomo, testè uscito, dell'opera di Alberto: Le basi del dovere. Come vuoi che caschi, o scappucci, una donna seduta sulle basi del dovere?

«Sai piuttosto una cosa? Non dirlo a nessuno, ma ho scovato uno de' miei vecchi quaderni, ho scorso un bozzetto di dieci anni fa e, modestia a parte, mi è sembrato che, forse, qualche qualità di scrittrice l'avrei avuta. E oggi, con un po' più d'esperienza del mondo, che gusto sarebbe per me il poter ritrar le macchiette che mi passano innanzi e il dar forma letteraria alle commedie di cui sono spettatrice! Ma ho lasciato irrugginire le mie attitudini artistiche, se pure ne avevo, e temo che, se mi mettessi alla prova, mi preparerei amare delusioni.

«E ora, mamma, imita il mio esempio. Scrivimi a lungo (non come ti ho scritto io, chè sarebbe importi una troppa grave fatica) ma scrivimi meno brevemente delle ultime volte, e narrami delle tue serate e parlami, oltre che di te, di tutti gli amici. Parlami anche di quel cattivo dello zio Gustavo che non mi manda mai una riga, che non vuol vedermi, che ha fatto fare da un altro in vece sua un'ispezione per conto della sua Compagnia d'Assicurazioni all'Agenzia di Torino. L'ho saputo in modo positivo e ne son rimasta così male! Che lo zio non voglia incontrarsi con Alberto, pazienza. Gli sarebbe stato facile scegliere uno dei momenti (son tanti quei momenti!) in cui Alberto era a Roma, e da me poteva ben venire. Così puntiglioso non lo credevo. Ammesso pure che il puritanismo di mio marito sia esagerato, o che lo zio pretende che gli si chieda perdono in ginocchio per non aver approvato la sua tresca con l'Adelaide Nocera? Fin lì non ci arrivo neanch'io, quantunque veda le cose in un modo assai diverso da quello che le vedevo una volta, tutto ciò che posso fare è di conceder le attenuanti all'Adelaide ed a lui. Sento adesso che l'Adelaide è in procinto di rimaner vedova. Che, avverrà dopo? Lo zio la sposerà?

«Diglielo tu intanto allo zio che io gli voglio sempre bene, digli che gli sono riconoscente della compagnia che ti fa. Come vorrei ringraziarli tutti quelli che fanno compagnia alla mia mamma!… Povera mamma! La tua figliuola è così lontana, e in Febbraio sarà più lontana ancora, perchè Alberto sembra ormai deciso di condurci a Roma per un paio di mesi. Questo non sarebbe che un esperimento; in avvenire, s'egli abbrancasse il sottosegretariato o semplicemente ottenesse il trasloco all'Università della capitale, converrebbe addirittura mutar domicilio. È un'idea, te lo confesso, che mi sgomenta. La distanza che ci separa sarebbe accresciuta di duecento chilometri. E, inoltre, chi sa come mi troverei in quella baraonda? Chi sa se il soggiorno sarebbe propizio alla bimba?

«Non crucciamoci prima del tempo. Consoliamoci invece col pensiero che passeremo insieme anche l'estate prossima, o di nuovo sul lago, o a Venezia.