«E qui, proprio, metto il punto fermo. Non è una lettera questa; è un pacco postale, che affiderò di qui a qualche ora all'immancabile Bardelli…. Bebè, Bebè, che cosa devo mandare alla nonna? Baci…. Ecco ha risposto baci e non credo di poter finir meglio che con questa parola. Tanti baci anche da me, mammina, cara.
La tua DIANA.
XII.
A Roma.
L'onorevole Varedo, lasciata la sua solita camera all'Albergo di Santa Chiara, aveva fissato per un trimestre, per sè e la famiglia, un quartierino ammobigliato in vicinanza di Piazza del Panteon. Ivi Diana era venuta a raggiungerlo verso la metà di febbraio, portando seco Bebè, l'Irene e un'altra donna di servizio, la Lisa, che faceva da cameriera e da cuoca.
Nel piano di sotto abitavano i padroni di casa, certi Feana, oriundi piemontesi, moglie e tre figliuoli, più una vedova sulla quarantina, che il signor Giacinto Feana chiamava sempre la cognata sofferente. Il signor Giacinto era un uomo di svariate attitudini; sonava l'oboe in orchestra, scriveva epigrafi per le tombe e versi giocosi per le scatole di fiammiferi, dava lezioni di francese applicato alla profumeria a due garzoni di parrucchiere, e faceva a ore perse il regio impiegato presso il Ministero d'agricoltura, industria e commercio. Ma tutti i ritagli di tempo che gli restavano liberi egli li consacrava alla cognata sofferente, al cui lutto profondo egli partecipava con discrezione, portando un velo nero intorno al braccio; ciò che gli permetteva di conciliare il dolore e la economia. La sofferente, che dal defunto consorte aveva ereditato un buon gruzzolo di quattrini, era stata una manna del cielo per i Feana i quali, nonostante l'ingegno versatile del signor Giacinto, avevano menato fino allora una vita piena di tribolazioni. Invece, rimasta vedova quella povera signora, i parenti erano riusciti a persuaderla che la solitudine non le conveniva e ch'ella non aveva da far nulla di meglio che riunirsi alla sorella, al cognato e ai nipoti. Presa quindi una casa grande, di cui si subaffittava ammobigliata una parte, si era assegnata alla signora Daria (così si chiamava) la camera migliore coi migliori mobili (è vero che se li era portati con sè) e non le si lasciava mancar nulla di nulla. Buona tavola, buon servizio, passeggiate igieniche a piedi o in carrozza, la sua brava partita la sera, la sua conversazioncella con gente seria, matura, coniugata, senza fisime pel capo. La sofferente doveva essere difesa tanto dalle correnti d'aria quanto dalle correnti matrimoniali.
Desiderosi d'ingraziarsi un uomo autorevole come Varedo, i Feana si misero subito a disposizione di Diana, che per le occupazioni di Alberto restava sola la maggior parte della giornata. Comandasse liberamente, in qualunque cosa potesse occorrerle; scendesse da loro di mattina, di sera, senza cerimonie, ogni volta che desiderava avere qualche notizia o scambiar qualche parola. O se preferiva che salissero essi da lei non aveva che da chiamarli; o l'una o l'altra delle sorelle, o tutt'e due insieme sarebbero venute col loro lavoro. Così, pure approfittando con parsimonia delle larghissime offerte, Diana era entrata presto nelle confidenze de' suoi padroni di casa. L'enciclopedico signor Giacinto le parlava delle sue cure di pater familias, della responsabilità che si era assunta col tener presso di sè la cognata, dei pensieri che gli dava l'educazione dei figliuoli, e veniva pian piano a discorrere degli organici del Ministero ove c'erano favoritismi indegni che l'onorevole conosceva sicuramente ma ch'era vano sperar di togliere fin che non cambiassero gli uomini al Governo. In quanto a lui, non era che un povero travet, e gli conveniva usar prudenza. Non aveva che un unico modo di protestar contro gli abusi; ed era quello di andar all'ufficio meno che fosse possibile.
Anche la signora Amalia Feana s'apriva volentieri con la Varedo circa alle inquietudini da lei provate per la sorella ch'era una testa debole, e se non la guidavano, sarebbe stata capace di qualche corbelleria. E sì che a quarantacinqu'anni (gliene cresceva quattro) e dopo quello che aveva patito avrebbe avuto l'obbligo di ringraziare il Signore che le permetteva di godersi in pace quel po' di ben di Dio che l'era rimasto. Manco male che c'era chi stava in guardia.—E poi—soggiungeva la signora Amalia nei momenti di maggiore espansione—non abbiamo l'obbligo di cercare, mio marito ed io, che i nostri figliuoli i quali son pieni d'attenzione per la zia, non siano defraudati in favore d'un estraneo di ciò che può spettar loro in futuro?
Diana se la cavava con monosillabi, senza scandalizzarsi troppo di questa curiosa interpretazione del dovere… Non si scandalizzava più, ormai.
Con la stessa mite ironia ella stava ad ascoltare gli sfoghi della sofferente, se questa riusciva a coglierla sola. Volevano farla passare per malata (in verità non ne aveva l'aspetto, bianca rosea e grassa com'era) volevano tenerla sotto una campana… tutto per paura ch'ella riprendesse marito. Ella non aveva nessun proposito deliberato di passare a seconde nozze; ma, in fin dei conti, una donna a trentasei anni (se ne calava cinque) non può mica imporre al suo cuore di non batter più… E ad illustrare questa dichiarazione il cuore della sofferente emetteva un sospiro che gonfiandole il seno voluminoso faceva scricchiolar le balene del busto. Un altro sospiro le strappava il ricordo di una sua bambina mortale a trenta giorni e che adesso sarebbe stata quasi una ragazza da marito… Ma! Se quella benedetta fosse vissuta, ella, dopo la sua vedovanza, si sarebbe ben guardata dall'accettare le offerte di suo cognato e di sua sorella.