Così ragionava la signora Daria, quando non c'erano testimonî; ma in presenza dei Feana ella ripigliava la sua maschera d'impassibilità, il suo sorriso languido di donna grassa ed apatica, a cui pesa ogni fatica del corpo e dello spirito. Discorreva poco, stava lunghe ore in ozio, sonnecchiando in una poltrona.

C'era al terzo piano, un'altra inquilina con la quale Diana Varedo non tardò a far conoscenza. Era costei una pittrice inglese, da parecchi anni stabilita in Italia, Miss Olivia Harrison, d'età incerta, intrepidamente brutta come le inglesi sogliono essere quando non sono bellissime, schietta di modi, originale di carattere e d'ingegno. Amava il nostro paese come pochi di noi lo amano; parlava, forse, in virtù del suo lungo soggiorno in Toscana, un italiano, se non fluido, corretto e preciso, cercando talvolta la frase, trovandola sempre.

Miss Olivia concepì una schietta simpatia per la Varedo fin dalla prima volta che la vide. Indovinò in lei una donna non volgare, e, ciò che più la interessava, una personalità non ancora ben sicura di sè, ma vagamente desiderosa di affermarsi e di svolgersi. Ella pure, Miss Olivia, era stata una ribelle; nella sua passione per l'arte, nella sua smania d'indipendenza, aveva abbandonato la famiglia e la patria, e mentre avrebbe potuto goder tutti gli agi nella casa paterna preferiva di viver meschinamente del suo lavoro peregrinando in paesi stranieri. Perchè c'era questo di singolare; che malgrado il suo ingegno, la sua coltura, il suo finissimo senso estetico, ella non era che un'artista mediocre. E sapeva di esser tale, e vi si rassegnava con dignità, e non attribuiva all'ingiustizie del mondo la sua scarsa fortuna. Non però accettava la sentenza che vieta ai mediocri i campi dell'arte.—Sciocchezze!—ella diceva.—Ognuno faccia lealmente ciò a cui le sue inclinazioni lo portano. Se non riesce, non è colpa sua. Riuscirebbe ancora peggio nel resto. Io sono una cattiva pittrice. Pazienza. Sarei stata una pessima maestra di scuola, una pessima sarta, una pessima contabile, una pessima impiegata ai telegrafi. Così almeno respiro l'aria che si confà ai miei polmoni, m'inebrio delle visioni che si confanno ai miei occhi. Se copio male una Madonna di Raffaello o del Perugino, ho almeno il conforto d'aver tentato di penetrare nell'anima di quei due sommi; se non posso rendere ne' miei acquarelli la maestà della campagna romana ho la gioia religiosa e profonda d'interrogare, ammirando, quegli orizzonti e quelle rovine. Vivere con sincerità, ecco l'essenziale. Non lasciarsi traviare dall'ambizione o dal tornaconto, adattarsi a essere oscuri, incompresi, derisi, pur di seguir docilmente gl'impulsi dell'anima, ecco il dovere d'ogni creatura che si rispetta.

Date queste idee, è facile immaginarsi come Miss Harrison incoraggiasse la Varedo a coltivar le sue attitudini letterarie. Diana gliene aveva parlato per celia, ma ella, l'Inglese, aveva preso subito la cosa con la serietà della sua razza, e non si stancava di eccitarla a tentare la prova, magari coprendo i suoi primi saggi col velo dell'anonimo. Carlo Dickens aveva cominciato così: Maria Evans era rimasta nascosta per un pezzo dietro il nome di battaglia di George Eliot.

—Ha un bel dire, lei—rispondeva Diana ridendo.—Lei non ha marito, non ha figliuoli.

Miss Harrison, alla quale non isfuggiva la gravità dell'obbiezione, tentennava la testa. Era un arduo problema che, per conto suo, ell'aveva risoluto negativamente. La famiglia tende a sminuire l'individuo; ella, nella sua smania sfrenata d'indipendenza, aveva fatto a meno della famiglia. Lo capiva bene che l'esempio non poteva trovare molti imitatori e non disconosceva i pregi d'una istituzione accettata da tutti i popoli civili. Ma per lei non era virtù quella di sacrificare interamente sè stessi all'esigenze tiranniche di un ente collettivo; era una rinunzia pusillanime degna di spiriti piccini.

Le due donne discutevano non intendendosi che a mezzo; tuttavia Diana sentiva che, in fondo, ella era d'accordo con Miss Olivia in molti più punti che non avrebbe voluto. Anche visitando Roma (vista una sola volta nella confusione del viaggio di nozze) sia che Alberto, con uno sforzo meritorio, consentisse ad accompagnarla in rapida corsa, sia che le facesse da guida Miss Harrison o qualche conoscente presentatole da suo marito, sia che fosse sola soletta col suo Baedeker, ella notava una profonda diversità fra le impressioni e l'emozioni provate adesso e quelle di pochi anni addietro. Allora ell'accettava facilmente le opinioni fatte, oggi aveva una ripugnanza invincibile ad accogliere i giudizi che udiva pronunziare intorno a sè o leggeva stampati nei libri. Le accadeva di rimaner fredda dinanzi a vantati capolavori e d'esser colpita invece da ciò che la sua Guida e i suoi ciceroni non degnavano menzionare, e di fantasticarvi su a lungo, indifferente a tutto il resto, e poco curandosi se altri interpretavano a rovescio la sua aria distratta. Una notte non dormì avendo sempre negli occhi un ritratto femminile d'una galleria privata sotto cui era scritto: Ignota d'ignoto. C'era tanta dolcezza nel viso di quella donna sconosciuta, morta da' secoli; c'era tanta passione, tanta pietà, tanto amore nel suo sguardo. Pietà, amore per chi? Forse per l'uomo, sconosciuto anch'egli, che la ritraeva?

Pur le Gallerie ed i Musei non esercitavano la maggiore attrattiva su Diana. Già le pareva una pretensione assurda quella di gustare i grandi maestri fermandosi pochi minuti dinanzi alle loro opere. D'altra parte, se stava troppe ore lontana da Bebè (e naturalmente ai Musei non poteva condurla) le si metteva addosso una tale inquietudine da toglierle la serenità necessaria alla contemplazione artistica. Ciò ch'ella preferiva era di girellare per la città in compagnia dell'Irene che non le dava disturbo e della bimba che pareva divertirsi un mondo in queste gite all'aperto. Di rado prendeva il fiacre; andava spesso a piedi, talora in tram o in omnibus, sostando di preferenza nelle vicinanze del Foro Romano o del Colosseo; o, spingendosi oltre il Tevere, scendeva a San Pietro, saliva al Gianicolo, si fermava a contemplare da San Pietro in Montorio il panorama di Roma. Dinanzi al grande spettacolo il sangue le correva più rapido nelle vene, s'agitavano nella sua mente i forti e virili pensieri, seppellendo in un oblìo momentaneo le sue piccole cure, i suoi piccoli crucci, il piccolo dramma della sua esistenza sciupata.

Quasi tutto il giorno ella viveva nella Roma del passato; gli echi della Roma contemporanea giungevano al suo orecchio la sera. Alberto arrivava a pranzo carico di gazzette, vibrante ancora dei dibattiti appassionati della Camera, degli uffici, dei corridoi, a vicenda sfiduciato e baldanzoso, secondo che le sorti del Ministero abborrito parevano più sicure o più vacillanti. A Torino era taciturno; qui alla capitale la vicinanza del campo di battaglia lo rendeva loquace. Checchè pensasse di Diana, comunque giudicasse lo scarso interesse ch'ella prendeva alle aspirazioni ambiziose di lui, egli, quasi avesse bisogno a ogni costo d'un uditorio, continuava con sua moglie i discorsi interrotti con gli amici e con gli avversari politici, le parlava delle prossime discussioni, dei prossimi voti, trinciava giudizi su uomini e cose. Non erano momenti lieti per l'Italia; il disagio economico si faceva sentire in tutte le classi sociali e in tutte le parti della penisola; la gravezza dei balzelli, la scarsità dei raccolti, la rovina di molte industrie esacerbavano gli animi, alimentavano le inquietudini per l'avvenire. Di là dal mare i nostri possessi d'Affrica apparivano sempre come un formidabile enigma, e benchè non vi fosse guerra aperta inghiottivano vite e danari. Ma peggio della miseria interna, peggio dell'Affrica, era la corruzione che dilagava, era la quotidiana rivelazione d'abusi, di scandali, d'indulgenze colpevoli, onde si proiettava una luce sinistra sui nomi cari alla patria, e nell'animo delle moltitudini periva ogni fede, e la stessa risurrezione politica, già nostro vanto ed orgoglio, pareva macchiarsi d'una postuma infamia. Varedo aveva parole roventi contro i prevaricatori; a loro imputava il decadimento della nazione, a loro l'imbaldanzire dei partiti estremi, che trovavano un aiuto nella coscienza pubblica offesa dai vizi delle classi imperanti. Ah, colpire bisognava, colpire inesorabilmente, mostrar che la giustizia e la legge non erano simboli vani, ristabilire la moralità, risollevar l'ideale… Ma che sperar dalle mummie che s'aggrappavano al potere? Mai essi avrebbero avuto l'energia necessaria. E come averla, se neppure la loro riputazione era illesa? Se d'alcuni si diceva che spendessero oltre alle loro forze, che non si peritassero di ricorrere a quei banchieri e a quegli affaristi ch'essi avrebbero avuto l'obbligo d'invigilare? Gente nuova ci voleva, gente a cui le debolezze proprie non imponessero di chiuder gli occhi alle debolezze altrui…

Di tratto in tratto le filippiche eloquenti di suo marito riuscivano a scuoter lo scetticismo di Diana. Se fosse vero? Se realmente gli ardesse in cuore la sacra fiamma del bene? S'egli fosse realmente destinato a grandi cose? Che scusa avrebbe avuto ella, sua moglie, di condannarlo come ambizioso? Ma l'ambizione che si volge ad alti fini non è vizio, è virtù, e solo gli spiriti gretti possono farla oggetto dei loro sarcasmi. E non era forse anche lei, Diana, inconsapevolmente ambiziosa? Non si lasciava montar la testa da Miss Olivia, non sentiva risorgere i desideri lungamente repressi, non vagheggiava la gloriola di scrittrice e di romanziera?