Questo ella diceva fra sè, e avrebbe voluto pronunciar di nuovo le parole piene di calore e di fede, ond'ella, a Torino, incoraggiava Alberto disputante con gli amici beffardi. Ma non c'era verso. Una forza maggiore di lei le paralizzava la lingua, mozzava sul suo labbro le frasi già incominciate. Troppi rancori personali, troppe bizze, troppi puntigli facevano capolino nei discorsi di Alberto Varedo perchè le disposizioni benevole di sua moglie potessero durare a lungo. Peggio se, come gli accadeva talora, egli portava a pranzo o un collega del Parlamento o un rappresentante del cosidetto quarto potere. Erano, così almeno affermava Varedo, i migliori uomini del partito; non mercanteggiavano il voto, non bazzicavano negl'Istituti di credito, non s'impicciavano in losche speculazioni; eppure, che povertà d'ideali, che intemperanza di linguaggio, che fiacchezza di convincimenti! Quel San Giustino, il preconizzato Ministro, che delusione era stata per Diana! Con che voluttà strana e feroce aveva egli, uomo di governo, narrate dinanzi a lei, che conosceva appena, le cronache del Quirinale, ripetuti i pettegolezzi che correvano sulla vita intima di questo o quello fra i membri del Gabinetto, sollevando tutti i veli, penetrando in tutte le alcove!
Ma nulla nauseava Diana quanto certi voltafaccia improvvisi, onde il deputato, il giornalista ieri coperto d'obbrobrio era giudicato oggi con singolare indulgenza, se si poteva sperare di tirarlo a sè, o di strappargli una lode.
—Povero diavolo!—si diceva.—Val meglio della sua fama.
—È guastato dall'ambiente, ma il fondo è buono.
—E non è senza ingegno, nè senza cultura.
Che miserie, santo Dio, che miserie! E come Diana ne arrossiva per suo marito, per gl'interlocutori di suo marito, per l'abbassamento morale di cui questa mobilità d'opinioni era uno dei sintomi più eloquenti!
Comunque sia, ella non sempre si lasciava vincere dallo sconforto; non tutto era a' suoi occhi privo di nobiltà e di grandezza in questa terza Roma precocemente invecchiata. Forse ciò che vi era di nobile e grande mostrava meglio l'intima virtù sua resistendo alla prova dei tempi corrotti. Ben potevano essere impari all'ufficio la Reggia, il Parlamento, la stampa; restava sempre il fatto maraviglioso di questa Italia ridestata dopo un sonno di secoli, affermata nella sua capitale di fronte all'eterno nemico della sua unità e della sua indipendenza. Diana aveva assistito a un paio di sedute della Camera; nè alcuna voce di potente oratore era salita fino a lei, ma ell'aveva visto nella tribuna diplomatica gli ambasciatori stranieri seguire intenti la discussione, e aveva pensato che mezzo secolo addietro l'Italia era chiamata un'espressione geografica; in due occasioni ell'aveva incontrato il Sovrano, ne' dalla persona di lui l'era parso emanasse alcun fascino particolare; ma egli era il Re d'Italia, era il simbolo intorno a cui si raccoglieva le sparse membra della nazione… Ah, questa nazione che vibrava d'un unico palpito dall'Alpi al Mar Jonio, perchè non si sarebbe risollevata, dalle umiliazioni presenti, perchè non avrebbe adempiuto le promesse mirabili del suo riscatto? Intanto qual degno studio per un pensatore, per un filosofo l'investigar le ragioni onde lo sviluppo del risorto organismo s'era arrestato per via, e i caratteri s'erano infiacchiti, e allo spirito di sacrifizio era succeduta la caccia agli onori e alle sinecure, la smania dei godimenti, la febbre dell'oro che non conosce scrupoli e freni? Quanti germi morbosi ereditati dagli avi s'erano desti in noi col nuovo calore di vita che aveva rimesso in movimento il sangue nelle nostre vene? Quanti vizi avevamo acquisiti dagli altri? Quanti ce ne venivano dall'oppressione straniera e domestica a lungo patita? Quanti dalla libertà male usata?
Problemi che non ella, debole donna, avrebbe risolto; che già le pareva prosuntuoso enunciare. Più accessibile alla sua mente, più conforme alle inclinazioni del suo spirito era un altro modo di considerar la questione. Prendere un uomo, un giovinotto di 18 a 19 anni nel 1859, vigoroso, intelligente, entusiasta, appassionato, sensuale; condurlo, spettatore ed attore, attraverso tutte le vicende italiane contemporanee, dalle battaglie dell'indipendenza alle dispute del Parlamento; farlo salire, salire ai gradi supremi, esposto a ogni specie di tentazioni; farci assistere alle sue lotte con gli avversari e con sè stesso, alle sue vittorie e alle sue cadute; mostrarcelo ora levato sugli altari ora travolto nel fango; portarlo sino ai confini del secolo che muore, e dare per sfondo alla sua matura virilità, alla sua imminente vecchiezza questa magnifica Roma, ove dal Campidoglio, dal Vaticano, dal Quirinale parlano tre diverse epoche della storia, s'affacciano tre diversi aspetti dell'umanità; che quadro, che romanzo da invogliare un redivivo Manzoni!
— Non nobis —ella doveva soggiungere;— non nobis. Il protagonista del suo romanzo ideale giganteggiava per modo che il suo occhio non riusciva ad afferrarne i contorni; il gran quadro si spezzava in cento quadretti di genere ove si movevano piccole figure subalterne illuminate solo da una luce riflessa. Erano i tipi ch'ell'aveva sottomano; erano i Bardelli, era Quinzani, era lo zio Gustavo, era l'Adelaide Nocera, erano i Feana con la cognata sofferente, era Miss Jane, la sua antica governante, e Miss Olivia, la pittrice inglese, era Varedo, anche lui… e anche lui, oimè, una figura subalterna, nonostante il suo ingegno, la sua dottrina e la sua interminabile opera sul dovere.
Passavano e ripassavano tutte queste figurine sotto gli occhi di Diana, si modificavano, si elaboravano nella sua fantasia, ed ella sorrideva loro con tenerezza materna, e le vedeva col desiderio acquistar forma e rilievo sotto la sua penna, e pregustava l'emozioni d'autrice.